Con il dato preliminare Eurostat dell'inflazione all'1,8% nell'Eurozona a settembre, qualcuno si ricorderà che, una volta raggiunto il target del 2%, il quale sancisce l'ottemperanza al mandato sulla stabilità dei prezzi, la Bce ha il dovere, previsto dal suo ordinamento, di contribuire alle politiche economiche nell'area? È pur vero che si deve assumere un'ottica di medio termine. Ma a questo riguardo le stesse stime dell'istituto rassicurano sul mantenimento di un inflazione intorno al 2% nei prossimi due anni, magari con qualche eccezione di pochi mesi che poi sarebbe subito superata, come nel previsto caso della fine di quest'anno.
D'altro canto, se si fissa un target, in base al quale, se si verifica un tasso di inflazione al disotto o al disopra di tale livello bisogna intervenire, per cui si parla di un «2% simmetrico», in sostanza se si fa leva su di un numero, poi non si può diversamente decidere ricorrendo alla discrezionalità, magari non basata su motivazioni congrue. È vero che a volte sembra si dia l'impressione che a Bruxelles e a Francoforte le norme vengano considerate un optional - viste anche alcune decisioni della Corte europea di giustizia non propriamente a loro favorevoli - eppure in questo caso la Bce deve dare una prova di credibilità, a partire dalle decisioni che saranno adottate dal consiglio direttivo del prossimo 17 ottobre.
Come è stato segnalato pure ieri su queste pagine, aumentano i sostenitori di un taglio dei tassi di riferimento non solo il 17, ma anche nuovamente prima della fine dell'anno. La debolezza dell'economia nell'Eurozona - che continuamente viene riconosciuta dagli stessi vertici dell'Istituto monetario, in primis dalla presidente Christine Lagarde - la condizione vicina alla stagnazione di quella tedesca, lo spegnersi, almeno per ora, delle voci rigoristiche dei Paesi cosiddetti frugali, unitamente al dato dell'inflazione e alle conseguenze che le norme impongono di trarne, pur in presenza dei possibili impatti delle due guerre in corso, dovrebbero portare al prossimo taglio del costo del denaro.
Un ulteriore indugio, dopo la precedente riduzione di soli 25 punti base, mentre molti attendevano un taglio di 50 punti, non solo collocherebbe la Bce in una nuova condizione di ritardataria che riporterebbe alla memoria quella della sconsiderata attesa di un calo dell'inflazione da moltissimi escluso con le conseguenze che purtroppo sono state subite, ma dimostrerebbe di non tenere in alcuna considerazione le norme vigenti. Poiché dalla stessa Bce non si ricorda mai questo aspetto del mandato, ancorché subordinato rispetto al 2%, sarebbe più che doveroso che i suoi vertici finalmente si esprimessero al riguardo. Non si può opporre una fin de non recevoir a fronte di un tema così importante.
D'altro canto, anche coloro che si stracciano le vesti quando sentono parlare dell'esigenza, prospettata da altri, di una modifica del Trattato Ue per introdurre un mandato per la Bce simile a quello della Fed, dimostrando, con il totale rigetto di tale eventualità, una concezione dell'indipendenza dell'istituzione legibus soluta, non si avvedono che sia pure in subordine - non sullo stesso piano della stabilità monetaria ma anzi a condizione del conseguimento di quest'ultima - un mandato per l'economia è già vigente.
A questo punto, già si possono prevedere le obiezioni del tipo «si vuole trasformare in una questione giuridica una questione che è, invece, economica e finanziaria». Ma si può facilmente rispondere che le norme vanno osservate e che alla loro base, insomma alla scelta del legislatore sono state o hanno concorso proprio valutazioni economiche.
È legittimo dunque chiedersi quando, finalmente, questo tema del mandato entrerà nel dibattito pubblico e, per l'immediato, se già il 17 ottobre verrà dato almeno un segnale di avere contezza della necessità di non lasciare tamquam non esset questo delicato argomento del mandato subordinato. (riproduzione riservata)