Quando si parla di rischio in ambito finanziario si pensa ad un qualcosa che può essere misurato e quantificato utilizzando delle formule matematiche e dei rigorosi modelli statistici. Gli investitori professionali, in particolare, dispongono di numerosi strumenti per valutare il rischio di un investimento: misurano volatilità, drawdown, deviazione standard, correlazioni, Value at Risk e utilizzando molte altre metriche che consentono di stimare il comportamento di un asset o di un portafoglio in differenti condizioni di mercato.
Tra il rischio reale e il rischio che una persona percepisce esiste tuttavia una differenza fondamentale: il rischio reale può essere misurato, il rischio percepito appartiene invece alla sfera della psicologia umana. È il risultato delle emozioni che proviamo, delle esperienze che abbiamo vissuto e del modo in cui interpretiamo ciò che accade intorno a noi. Ed è proprio qui che nasce uno dei più grandi equivoci collegati all'investimento. Molto spesso, infatti, non prendiamo delle decisioni in base al rischio effettivo presente sul mercato, ma sulla base di come quel rischio viene elaborato dalla nostra mente. Due investitori possono trovarsi davanti allo stesso grafico, allo stesso titolo azionario e alle stesse informazioni ed arrivare a due conclusioni completamente differenti. Ciò che per un investitore rappresenta una normale correzione, ad esempio, per un altro investitore può apparire come un crollo. Comprendere questo meccanismo significa entrare nel cuore della finanza comportamentale e capire perché molto spesso il nostro peggior nemico non è il mercato, ma il modo in cui interagiamo ad esso.
Di tutte le emozioni che influenzano le nostre decisioni finanziarie, la paura è probabilmente quella più potente. Quando vediamo diminuire il valore del nostro portafoglio, il cervello interpreta quella perdita come una minaccia e quando la paura aumenta, la nostra percezione del rischio si amplifica. Iniziamo a vedere pericoli ovunque e una semplice correzione pensiamo che possa essere il preludio di un crollo. In questi momenti smettiamo di ragionare in termini probabilistici e iniziamo a ragionare in termini emotivi. Ci concentriamo esclusivamente sugli scenari peggiori, ignorando completamente il contesto generale e l'orizzonte temporale dell'investimento. Ed è proprio nei momenti di maggiore paura che spesso prendiamo le decisioni meno razionali.
Se la paura tende ad amplificare il rischio, l'euforia produce l'effetto opposto. Durante le fasi rialziste del mercato iniziamo a percepire il rischio come un qualcosa di distante e di irrilevante. I profitti si accumulano, il portafoglio cresce e a fiducia nelle nostre capacità aumenta. Incrementiamo la dimensione delle posizioni, cominciamo a credere di aver capito come funziona il mercato, pensiamo che il trend positivo possa continuare ancora a lungo e che le probabilità giochino costantemente a nostro favore. La volatilità non viene più percepita come una minaccia ma come un'opportunità. In altre parole, quando i mercati salgono, il rischio non scompare. Semplicemente smettiamo di vederlo.
Uno degli aspetti più interessanti riguarda il modo con il quale percepiamo il rischio nel corso dei cicli di mercato. Quando i prezzi scendono e il pessimismo dilaga, tendiamo a vedere soltanto i pericoli. Quando invece i prezzi salgono e l'ottimismo è contagioso, tendiamo a vedere soltanto le opportunità. Razionalmente, invece, dovrebbe accadere il contrario. Quando un mercato ha già registrato dei forti rialzi, le valutazioni diventano più elevate e il margine di sicurezza tende a ridursi. Quando invece un mercato attraversa una fase di forte ribasso, molte attività finanziarie diventano più convenienti e offrono dei rendimenti attesi potenzialmente superiori. La nostra mente però non ragiona in termini di convenienza, ragiona in termini di conforto psicologico. Preferiamo acquistare quando tutti sono ottimisti perché ci sentiamo rassicurati dal fatto che molti altri investitori stanno facendo la stessa cosa. Al contrario, fatichiamo a investire quando domina la paura perché il disagio emotivo ci spinge a non agire e a rimandare le decisioni. Questo meccanismo psicologico spiega perché molti investitori finiscono poi per comprare vicino ai massimi e vendere vicino ai minimi. (riproduzione riservata)