
Le nostre decisioni finanziarie non dipendono soltanto dalle emozioni che proviamo in un determinato momento. Ogni nostra decisione, infatti, è il risultato di un processo più complesso, nel quale si intrecciano aspettative, ricordi e convinzioni. Anche le esperienze più recenti esercitano un forte impatto emotivo, in particolare sulla percezione del rischio. Dopo una serie di operazioni profittevoli, ad esempio, ci sentiamo molto più competenti di quanto siamo realmente. Attribuiamo i risultati positivi alle nostre capacità e sottovalutiamo il ruolo del contesto di mercato (quando il mercato sale è solitamente più facile guadagnare). Al contrario, dopo una perdita significativa possiamo reagire in due modi opposti: in gergo tecnico si parla di “fight or flight” (ossia combatti o fuggi). In alcuni casi, infatti, diventiamo eccessivamente prudenti, smettiamo di operare e perdiamo in questo modo delle interessanti opportunità operative. In altri casi accade l'esatto contrario: cerchiamo immediatamente di recuperare quanto perso, aumentiamo il rischio (incrementando la dimensioni delle operazioni che effettuiamo), forziamo le operazioni (andando in overtrading). Prendiamo quindi delle decisioni impulsive nella speranza di tornare rapidamente in pareggio. In entrambi i casi non stiamo più seguendo il nostro piano operativo, basato su un processo decisionale razionale: stiamo semplicemente reagendo ad uno stato emotivo.
Gli studi sulla finanza comportamentale hanno dimostrato che il nostro cervello non è progettato per prendere delle decisioni finanziarie perfettamente razionali. Pensiamo, ad esempio, all'avversione alle perdite. Una perdita genera un dolore psicologico molto più intenso rispetto alla soddisfazione prodotta da un guadagno di pari entità. Perdere 1.000 euro ci fa stare molto peggio di quanto ci faccia sentire bene guadagnarne 1.000. Questa caratteristica influenza profondamente i nostri comportamenti. Ci porta a mantenere troppo a lungo le posizioni in perdita (nella speranza che tornino in pareggio), ci induce a prendere profitti troppo velocemente (per paura che possano svanire), ci induce a non operare per il timore di dover subire una perdita. Quando lo stress aumenta, infatti, il cervello tende ad abbandonare il ragionamento probabilistico: si smette di analizzare il mercato e si reagisce d’impulso.
Un altro errore che viene commesso è quello di pensare che esista una strategia capace di eliminare completamente il rischio. Molti investitori trascorrono anni alla ricerca di quell'indicatore o di quel set-up operativo che dovrebbe consentire di prevedere e si sfruttare ogni movimento compiuto dal mercato. Il loro obiettivo è quello eliminare l'incertezza. Ma la realtà è diversa: l'incertezza non può essere eliminata perché è una caratteristica strutturale dei mercati finanziari. Solo con il tempo e l’esperienza si capisce che il vero obiettivo non può e non deve essere quello di eliminare il rischio, ma di imparare a convivere con esso. Chi opera sui mercati finanziari sa che non può sfruttare ogni singolo movimento compiuto dai prezzi e che non è necessario avere sempre ragione. Il compiuto di un trader deve essere quello di seguire la propria strategia operativa, proteggendo il suo capitale attraverso un’adeguata gestione delle perdite. Ogni strategia operativa, infatti, si deve fondare su un’aspettativa positiva (positive expectancy) ossia deve aver dimostrato (numeri alla mano, dopo un adeguato backtest) di sapere produrre un utile nel lungo periodo.
Da un punto di vista matematico l’expectancy “misura la media ponderata dei profitti e delle perdite in relazione alla loro frequenza”. La profittabilità di una strategia, quindi, dipende non dipende solo da quanto spesso si ottengono dei profitti (il Win Rate, ossia la percentuali dei trade chiusi in profitto rispetto al numero totale delle operazioni effettuate) ma da quanto si guadagna quando si ha ragione e da quanti si perde quando ha torto (il rapporto rischio-rendimento, misurato come profitto medio rapporto alla perdita media). Le perdite, infatti, sono inevitabili: ci sono e ci saranno sempre. Fanno parte dell’attività di trading. Il segreto è quello di contenerle entro limiti accettabili. (riproduzione riservata)