
Quando si analizzano i certificati d’investimento ci si concentra sempre sul loro profilo di rimborso a scadenza, cioè sul tipo di payoff che uno strumento può prevedere in relazione ai diversi scenari di mercato che si possono profilare: per loro natura, sono prodotti concepiti con una logica di ampio respiro, finalizzata a ottimizzare il profilo di rendimento/rischio alla luce di un’aspettativa di mercato che si sviluppa necessariamente su un orizzonte temporale di medio o anche lungo termine.
I certificati a rendimento cedolare e/o con opzione di esercizio anticipato impongono però a volte un monitoraggio più capillare, soprattutto quando si realizzano condizioni così particolari come quelle che hanno caratterizzato l’incredibile vita di un Multi Express su A2a e Unicredit quotato da Leonteq a ottobre 2021 (Isin CH1139076025). Lo strumento prevedeva il pagamento su base trimestrale di un premio condizionato con memoria pari a 45 euro (4,5% lordo), che poteva essere pagato nelle occasioni in cui entrambi i sottostanti avessero rispettato una soglia limite posta al 100% del loro valore iniziale nelle prime quattro date di valutazione (18 gennaio, 19 aprile, 18 luglio e 18 ottobre 2022), al 95% dello strike nelle successive quattro (18 gennaio, 18 aprile, 18 luglio e 18 ottobre 2023). A partire da aprile 2022, la stessa condizione avrebbe inoltre determinato l’esercizio anticipato dello strumento, ma lo scenario non si è mai verificato, soprattutto a causa della debolezza di A2a, che proprio a ottobre 2021 ha iniziato una decisa fase correttiva, che ha allontanato il titolo in modo evidente dalla soglia limite di pagamento delle cedole, spingendolo addirittura al di sotto della barriera di protezione del capitale (1,0959 euro), posta al 60% dello strike (1,8265 euro) e affossando contestualmente il valore dell’investimento, sceso fino a ridosso dei 600 euro rispetto ai 1.000 del valore nominale.
Non ci sarebbe niente di strano in tutto ciò, se non fosse che da ottobre 2022 la stessa A2a ha iniziato una solida progressione rialzista che ha risollevato il titolo in modo così sostenuto da rimettere in gioco la soglia limite per il pagamento delle cedole, scesa nel frattempo al 95% dello strike (1,735175 euro per A2a). A un mese esatto dalla scadenza (metà settembre) A2a ha toccato addirittura un massimo a ridosso di 1,90 euro, tanto che il prezzo del certificato è balzato fino a ridosso dei 1.350 euro, scontando di fatto lo stacco degli otto premi da 45 euro che avrebbe dovuto corrispondere a scadenza se A2a si fosse confermata oltre 1,735175 euro (l’andamento di Unicredit era diventato già da tempo irrilevante in quanto ampiamente positivo). Nell’ultimo mese la utility ha però poi pagato una nuova fase correttiva fino a quota 1,62, al di sotto quindi della soglia limite, seguita infine da una decisa reazione, che ha portato incredibilmente il titolo a chiudere a 1,733 euro il giorno prima della data di valutazione finale. L’esito di questi investimento biennale si è quindi deciso tutto nell’ultima seduta utile, quella del 18 ottobre scorso: sfortunatamente è stata una giornata negativa per A2a, che ha chiuso a 1,7090 euro, garantendo sì il rimborso del valore nominale (1.000 euro), ma senza il pagamento di alcun importo addizionale. (riproduzione riservata)