
Giovedì 30 novembre Unicredit bank ha quotato su Cert-x 19 nuovi certificati di tipo «Top Bonus», ampliando così la sua gamma di prodotti a capitale condizionatamente protetto: l’offerta ha riguardato 14 prodotti sui titoli italiani Banca Generali, Bper Banca, Enel, Eni, Intesa SanPaolo, Mediobanca, Nexi, Stellantis, Stm, Unicredit e quattro sui titoli americani Amazon.com, Nvidia e Tesla Motors. Hanno tutti una scadenza biennale (11 dicembre 2025) e non prevedono alcuna opzione di esercizio anticipato (autocallable), né di richiamo discrezionale (callable), quindi presuppongono una logica d’investimento di respiro relativamente ampio, ferma restando la disponibilità di un mercato secondario efficiente (EuroTlx) nel quale sarà sempre possibile negoziare questi prodotti secondo necessità.
La struttura è nota ed è una delle ormai tante varianti disponibili sul mercato della macro classe dei certificati Bonus: di base, questi strumenti prevedono quindi un rendimento prefissato a scadenza, vincolato al rispetto di un limite di perdita massima da parte del sottostante di riferimento. Se il titolo non comprometterà la barriera si potrà cioè beneficiare del rendimento previsto, mentre in caso contrario si dovrà incassare una perdita commisurata alla performance negativa maturata dal sottostante. Nel caso specifico, la qualifica «Top» identifica proprio la natura discreta della barriera: un suo eventuale cedimento nel corso della vita del certificato non precluderà quindi la possibilità di ottenere il rimborso massimo, a patto che la stessa barriera venga poi recuperata entro la data di valutazione finale, che in questo caso cadrà l’11 dicembre 2025.
Un ulteriore elemento distintivo di questa proposta di Unicredit riguarda la logica di pricing adottata dall’emittente, che ha emesso questi certificati a prezzi «sotto la pari», cioè inferiori alla tradizionale base di calcolo posta a 100 euro: questo aspetto non incide sul funzionamento dei prodotti, ma rende un po’ più intuitivo il rendimento potenziale. Si acquistano infatti «a sconto», con l’ambizione di poter ottenere un rimborso a scadenza pari proprio a 100 euro, che di fatto incorpora l’implicito pagamento di un premio prefissato, dato dalla differenza tra il prezzo di rimborso (100 euro) e quello di emissione (sotto 100). Per esempio, il certificato su Eni è stato emesso a 90,90 euro: se tra due anni il titolo petrolifero chiuderà a un livello almeno pari alla barriera, posta a 7,599 euro, il certificato sarà liquidato appunto a 100 euro, garantendo un implicito rendimento fisso del 10% (=100/90,90-1). Oggi il certificato quota attorno a 92,20 euro, quindi chi volesse acquistare lo strumento sul mercato potrebbe facilmente calcolare il suo rendimento atteso (8,46% = 100/92,20-1), senza nemmeno conoscerne le caratteristiche, ma facendo affidamento proprio sul fatto che il prezzo di rimborso finale sarà comune a tutti e facilmente identificabile.

Certo, per monitorare il rischio di un evento barriera sarà sempre necessario conoscere il posizionamento di quest’ultima, ma sarà di fatto l’unico parametro realmente significativo ai fini di una consapevole gestione dell’investimento. E proprio su questo fronte si può apprezzare come i 19 Top Bonus appena quotati possano vantare barriere collocate al 50% o 60% dello strike a seconda dello strumento, piuttosto generose soprattutto alla luce della loro natura discreta e del fatto che i sottostanti sono rappresentati da singoli asset e non da panieri di tipo “Worst of”. Concretamente, il rimborso a scadenza prevede due scenari alternativi: a) come detto, se il sottostante chiuderà a un livello almeno pari alla barriera, lo strumento pagherà l’importo fisso di 100 euro, che garantirà l’implicito ottenimento del Bonus rispetto al prezzo di emissione «scontato»; b) se il sottostante chiuderà invece a un livello inferiore alla barriera, il certificato rimborserà un importo finale commisurato alla performance negativa maturata dal titolo di riferimento. (riproduzione riservata)