
Giovedì 6 marzo, presso Palazzo Mezzanotte, storica sede di Borsa Italiana, si è tenuto un importante evento dedicato alla formazione finanziaria, organizzato con il contributo di Bnp Paribas, che ha offerto ai partecipanti l’opportunità di approfondire i principali temi del panorama economico e dei mercati finanziari, ma soprattutto di apprezzare l’ottimo stato di salute del mercato italiano dei certificati. L’evento era principalmente dedicato alla consulenza finanziaria, con l’obiettivo di consolidare proprio il ruolo dei certificati all’interno dei portafogli d’investimento che gli stessi consulenti possono proporre alla clientela.
Milano Finanza si è confrontata sul tema con Luca Comunian, Distribution Sales di BNP Paribas CIB, che ha confermato come uno dei principali obiettivi del seminario sia stato quello di trasmettere ai consulenti la necessità di accogliere i certificati d’investimento all’interno della gamma di prodotti utili per definire delle strategie di portafoglio efficienti. Una consulenza evoluta non può dirsi tale se non include nella sua offerta anche questi prodotti, che possono dare davvero una marcia in più a chi si occupa di consulenza, anche considerando l’estrema flessibilità e rapidità con cui vengono ormai emessi, tale da poter addirittura confezionare un’offerta quasi «tailor-made», soprattutto per la clientela private di fascia alta.

Secondo i dati ufficiali condivisi da Borsa italiana nel corso dell’evento, il mercato italiano dei derivati cartolarizzati è ormai il primo in Europa per volumi, avendo superato anche la Germania, che storicamente è sempre stato il mercato di riferimento. Nel 2024 il controvalore negoziato su SeDeX e Cert-X ha toccato i 28,5 miliardi di euro, in crescita di oltre il 40% rispetto all’anno precedente, di cui oltre 20 miliardi riconducibili ai soli prodotti d’investimento, che dal canto loro hanno beneficiato di una crescita annuale sull’ordine del 70%. Su questo aspetto lo stesso Comunian ha confermato come la richiesta del mercato sia molto elevata, con una preferenza però piuttosto netta verso le strutture a rendimento cedolare: sia in termini di offerta, sia di volumi negoziati, i certificati cosiddetti «Cash Collect» raccolgono infatti la stragrande maggioranza dei consensi, soprattutto se associati a logiche di esercizio anticipato. Gli investitori tendono cioè a preferire i prodotti da cui possono estrarre rendimenti di buon interesse, ma con orizzonti temporali mediamente ridotti o quando meno flessibili.
E la stessa offerta di Bnp Paribas, che pure ha recentemente introdotto anche certificati lineari, con e senza protezione, va sempre più nella direzione di strutture che possano certamente offrire dei rendimenti di appeal, ma senza stressare troppo questa componente. L’idea è cioè quella di pagare dei premi non superiori al 12-15% annuo, che possano però essere incassati con maggiore stabilità, grazie all’utilizzo di barriere più generose (inferiori al 60%) e all’opportunità di sfruttare l’esercizio anticipato, magari associato a soglie limite decrescenti (Step Down). Da notare anche come i sottostanti più ricercati siano i bancari italiani, con Unicredit, Banco Bpm e Intesa Sanpaolo in testa.
Non per niente l’ultima emissione di Bnp Paribas ha riguardato cinque Cash Collect con scadenza triennale legati proprio a panieri di titoli bancari, che pagheranno 12 cedole mensili di tipo incondizionato nell’arco del primo anno, seguite poi da un massimo di 24 premi condizionati con effetto memoria, il cui effettivo pagamento dipenderà dal rispetto da parte di tutti i titoli coinvolti di una barriera europea compresa tra il 50% e il 60%. Dalla fine del primo anno si attiverà inoltre un’opzione di esercizio anticipato con meccanismo Step Down, in perfetta coerenza con quanto descritto sopra. (riproduzione riservata)