BusinessSupply chain, il costo al minuto ai fornitori è un terzo di quello francese
Il panel con protagonisti Confindustria moda, Pitti immagine e The European house – Ambrosetti ha evidenziato la necessità di avere una maggiore distribuzione del valore all’interno della produzione. L’equilibrio economico e sociale sarà uno degli argomenti chiave del Venice sustainable fashion forum in partenza domani
La tenuta della filiera fashion italiana, in sofferenza ormai dal secondo trimestre del 2023 quando i dati dei comparti tessile e concia hanno iniziato a perdere quota, è al centro delle attenzioni di operatori e stakeholder. Nella prima giornata del MFGS-Milano Fashion Global Summit 2025, un momento di confronto sul consolidamento della supply chain in chiave responsabile, trasparente e sostenibile ha coinvolto Andrea Crespi, vice presidente di Confindustria moda con delega a Esg, tecnologie e innovazione, Raffaello Napoleone, amministratore delegato di Pitti immagine, e Flavio Sciuccati, senior partner di Teha-The European house - Ambrosetti. La situazione vista da Confindustria moda è preoccupante. «Oggi c’è più gente a terra rispetto a chi decolla. E quel che abbiamo lasciato prima della crisi non sarà quello che ritroveremo, sarà una rivoluzione tramite una forte evoluzione», ha commentato Crespi. Il quale ha ribadito la necessità, per la supply chain, di affrontare il mercato facendo affidamento non solo sul lusso, «altrimenti rischiamo di diventare solo degli artigiani», ma potendo disporre di volumi più ampi, legati anche al segmento del tessile tecnico. Napoleone, dopo aver confermato la leadership di Pitti nel panorama della moda maschile, ha rimarcato l’importanza acquisita del second-hand. «Un ambito a cui guardiamo con grande attenzione perché noi italiani siamo madri e padri dei prodotti che oggi vengono ricondizionati», ha affermato. Flavio Sciuccati ha posto l’accento sulla dipendenza della filiera dalle holding francesi del lusso che, ha affermato: «Hanno eletto la manifattura italiana come la propria fabbrica del lusso ma la tengono sotto forte pressione». Del resto, la stima sul costo/minuto riconosciuto alle aziende dell’indotto parla chiaro. In Italia si applica una media di 0,40-0,45 euro mentre in Francia non si scende sotto quota 1,20 euro. «Siamo la loro filiera economica, e questo vale ancor più per il comparto accessori e per la pelletteria, che è la specializzazione in maggior sofferenza perché i volumi sono crollati». C’è poi il tema tristemente attuale del caporalato, sul quale il Mimit-Ministero delle imprese e del Made in Italy si sta muovendo con un decreto legge che prevede la certificazione di conformità della filiera ma che, ha osservato Sciuccati, «per la sua scrittura non sono stati coinvolti esperti di settore. È una certificazione, e va bene, ma non basta. Così finiranno per colpire i più piccoli, che non sono organizzati per la gestione dei dati e delle pratiche necessarie». Secondo il senior partner di Teha, sarebbe necessaria da parte del governo un’azione di moral suasion: «Il Mimit dovrebbe chiamare i grandi brand avvertendoli che l’iniqua distribuzione dei valori lungo la catena di filiera finirà per far chiudere le piccole imprese». È dunque tempo di affrontare la sostenibilità sotto ogni aspetto, non solo ambientale ma anche economico e sociale. Temi che saranno al centro del Venice sustainable fashion forum di scena da domani a Venezia. (riproduzione riservata)