TrendAnthony Vaccarello: «Il mio omaggio alla bellezza fragile»
Il punto di partenza è la scelta di Yves Saint Laurent di vivere una vita più riservata, fatta di viaggi, nel 1974. E il metterla in connessione con l’americana Fire Island nello stesso periodo. «Mi affascina quella fragilità. Corpi liberi, bellezza che non cerca di durare per forza», spiega il creativo
Sotto la cupola monumentale della Bourse de commerce, sede parigina della Fondation Pinault, Saint Laurent porta in scena la sua collezione uomo per l’estate 2026. Niente passerella classica, ma un’installazione che ridefinisce il concetto stesso di sfilata. Clinamen di Céleste Boursier-Mougenot, opera virale che trasforma il cuore della rotonda in una grande piscina circolare, dove centinaia di ciotole di porcellana galleggiano sull’acqua come piccole barche, urtandosi e generando suoni casuali e armonici. È una coreografia naturale che diventa scenografia fluida per le silhouette leggere e rilassate immaginate da Anthony Vaccarello.
Il punto di partenza è la scelta di Yves Saint Laurent di vivere una vita più riservata, fatta di viaggi, nel 1974. E il metterla in connessione con l’americana Fire Island nello stesso periodo. Luogo mai visitato dal couturier, ma affine per vibe creativa. Il tutto rendendo omaggio alle eccezionali esistenze dei tre artisti underground della New York queer dei Seventies. Nomi come Patrick Angus, Larry Stanton e Darrel Ellis, le paure legate alle prime morti di Aids e le riflessioni di una comunita` vengono riportate alla luce tramite un omaggio sentito di Vaccarello.
È una collezione che parla di libertà. Fire Island ne è la metafora?
Sì, Fire Island rappresenta per me un momento sospeso, di leggerezza e consapevolezza insieme. Quegli anni Settanta sono stati un attimo di felicità assoluta prima della tragedia. Una comunità che viveva il proprio desiderio come linguaggio. Mi affascina quella fragilità. Corpi liberi, bellezza che non cerca di durare per forza.
Ha dichiarato che questa collezione è dedicata a una generazione perduta. A chi pensa in particolare?
Nomi come Patrick Angus, Larry Stanton e Darrel Ellis, le paure legate alle prime morti di Aids e le riflessioni di una comunita` sull’orlo dell’abisso di questa malattia.
E il legame con la comunità queer di New York?
Sono gay e mi sento parte di quella storia. Quella generazione ha vissuto con una libertà assoluta, ma anche con una fragilità che oggi va ricordata. È un’eredità emotiva.
Ha parlato di Monsieur Yves come di un rifugiato interiore negli anni 70. In che senso?
Credo che in quel periodo volesse allontanarsi dal clamore, proteggere la sua immaginazione. Lo capisco. A volte abbiamo bisogno di sottrarci, di stare in silenzio, per sentire meglio.
L’effimero sembra essere una chiave per lei.
Sì, perché non mi interessa ciò che è eterno. Preferisco ciò che vibra per un attimo, come una luce sull’acqua.
I colori sembrano intensi, ma in realtà sono come scoloriti dal sole…
Proprio così. Ho voluto che sembrassero già vissuti, come se avessero assorbito tutta la luce di Fire Island.
Le camicie con spalle staccabili sono un dettaglio curioso.
Mi diverte giocare con l’idea di costruzione e decostruzione. Le spalline si possono togliere con dei bottoni. È un gesto semplice, ma racconta molto.
Come è arrivato all’opera di Céleste Boursier-Mougenot?
Non era previsto all’inizio. Ma quando ho deciso di non fare una sfilata classica e ho visto l’installazione alla Bourse de commerce, è stato naturale. L’acqua, i riflessi… sembrava disegnata per questa collezione. (riproduzione riservata)