TrendAlle origini di Givenchy
«Ho lavorato sulle silhouette, per me sono l’essenza della maison», racconta Sarah Burton, nuova guida stilistica della maison di Lvmh. Che prende ispirazione dalla prima collezione del 1952 del couturier tra forme a clessidra, maxi fiocchi e gonne dal fondo a corolla con tocchi di giallo e ricami floreali
È stato uno degli attesi debutti di stagione e il buzz attorno allo show di Givenchy lo ha confermato. Nella sede storica della maison in avenue George V a Parigi, due ali di folla accolgono i guest pronti ad assistere alla prima prova di Sarah Burton per la maison di Lvmh, gruppo rappresentato in sala da Delphine e Antoine Arnault, oltre che da Toni Belloni e Michael Burke. Del resto, rimasta orfana per circa un anno di un direttore creativo, la casa di moda si meritava questa svolta che Burton ha deciso di conferire creando un guardaroba capace di rispondere alle esigenze di diverse tipologie di donne, attingendo alle origini.
«Ho lavorato sulle silhouette, per me sono l’essenza di Givenchy», spiega nel backstage la designer, «quando disegno penso a diverse donne per celebrare la complessità del femminile».Le sedute sono pacchi di carta avana sovrapposti, richiamano l’invito allo show e si ricollegano a un ritrovamento recente di disegni dello stesso Hubert de Givenchy accatastati in un armadio nascosto della sua prima abitazione parigina. Bozzetti della collezione di debutto del 1952. Ed è proprio a quella prova, «the very beginning» che Burton ha voluto rifarsi, partendo dall’essenza della casa di moda, per la precisione dai manichini Stockman con il nome del marchio e la data della collezione.
È proprio questa sorta di logo non logo a identificare il primo look, ricamato su un piccolo top, portato con una culotte sovrastata da una maglia di rete seconda pelle. Una sorta di incipit, di work in progress che accende i riflettori sul lavoro degli atelier. Il nudo di un body couture evolve verso una giacca anatomica a clessidra che si stringe sui fianchi e si gonfia sulle maniche circolari e poi in un cappotto di nappa giallo burro con un maxi fiocco annodato sul collo. Il tailoring maschile si alterna a dress dal fondo couture, ad abiti corti con gonne di tulle effetto ballerina o a gown foulard dallo scollo all’americana.
«È il mio istinto naturale risalire all’artiginalità, lavorare su tagli e proporzioni», prosegue Burton, che ha alle spalle ben 26 anni in McQueen prima accanto al fondatore e poi in solitaria. Rispetto al lavoro fatto nella precedente maison, qui si respira solarità, a partire dalle sfumature di giallo che dai toni burro dell’incipit (impossibile non pensare a Timothée Chalamet agli Oscar) illuminano l’abito del finale, una scultura di tulle acid yellow, passando per i delicati ricami florali che percorrono i capospalla e le gonne di satin fino agli specchietti di antiche confezioni di make-up che compongono abiti one of the kind. Con un accento anche sugli accessori, tra sandali e flat shoes con una banda dorata che riporta il nome della maison, orecchini scultorei e due modelli borse rivisitati in vari formati.
Giudizio. Back to the roots per guardare avanti. Sarah Burton scrive la sua lettera d’amore al fondatore della maison, con una collezione prolifica, ricca di citazione all’archivio, svelando al contempo un inedito lato del suo carattere, più solare e leggero. (riproduzione riservata)