TrendNel teatro delle emozioni con Etro
Marco De Vincenzo ambienta lo show tra sei maschere giganti della scena antica, che riprende in accessori e gioielli. «La mia visione della maison è evoluta», spiega. I paisley sono applicati con presse su coat verde militare. Si rafforza il segmento borse. Nel front row spicca Angelina Mango, che con i look della label ha vinto Sanremo

Sei maschere alte oltre tre metri campeggiano sul catwalk della sfilata allestita in piazza Lina Bo Bardi. Sono gigantografie riprese dal teatro greco romano. «Le sei maschere esprimono le diverse espressioni del viso e comunicano il senso emotivo della moda», spiega Marco De Vincenzo, al timone di Etro da un anno e mezzo. «Sento di capire sempre meglio la mia visione di questo marchio. Restando però coerente con la mia storia». Nel front row spicca Angelina Mango, la cantante che in custom made Etro ha vinto il Festival di Sanremo. Una conferma del fiuto della maison, che già nel 2021 aveva incoronato i Måneskin.

«Evidentemente portiamo bene», scherza De Vincenzo nella preview con la stampa. Nello show spiccano cappotti verde militare, su cui viene applicato con presse qualche e lemento del caratteristico paisley, ingigantito e laminato. Frutto della ricerca d’archivio su tessuti e stampi. «Nel viaggio che ho intrapreso non esistono mappe. Ma se ne esistesse una, qui da Etro, sarebbe un documento come questo: l’antico progetto di un tessuto su carta. In ognuno di quei puntini colorati a mano c’è un po’ di storia del Made in Italy e del bagaglio immaginifico necessario per qualsiasi viaggio», descrive poeticamente il designer. Scoprire è un viaggio senza mappa, nel quale è il caso a decidere, sono gli incontri fortuiti a diventare determinanti. Marco De Vincenzo ai programmi di viaggio dice di preferire le carte prova di antichi tessuti mentre interpreta il passato di Etro come una sedimentazione nella quale incontrare, ogni volta, qualcosa di sé, senza un piano stabilito a priori se non il desiderio di esprimere un punto di vista. «Ho vissuto a lungo a Roma. Mi sento un po’ archeologo», sorride.

Lo show marcia al ritmo della cantante Miglio, che realizza una colonna sonora custom made. Le gonne si avviluppano e inerpicano come sciarpe, le sciarpe baluginano come segni di evidenziatore, le delicatezze impalpabili protette da cappotti e giacche che invece sono solidi. Strati sui quali si posano stampe realizzate in modo speciale. Sono lamine su feltro pressato, per esempio. O tamponature su pelle. Mentre il paisley diventa un grosso punto a maglia, ma al rovescio, e spessi tessuti da tappezzeria sono tagliati come piccole giacche. Gli jacquard sulle body stockings, realizzate con Wolford, portano i disegni e i pattern direttamente sul corpo, li fanno seconda pelle, grado zero, in un contrappunto tra fragilità e forza che unisce il mondo maschile e quello femminile in una metafora materiale e umana, di stoffe e di tipi, così come di colori che si agitano e impastano, e poi si placano nel nero. Il viaggio continua, senza bussola e orgogliosamente senza mappa.
Giudizio. In latino la parola per «maschera» è «persona». Proprio dall’interpretazione dei personaggi nasce la trasformazione del suo significato nella nostra lingua. L’esplorazione della realtà per Marco De Vincenzo costituisce un viaggio continuo fatto di suggestioni e gusto. Un’evoluzione costante. (riproduzione riservata)