BusinessLusso nervoso sulle borse mondiali nel giorno dei dazi di Trump, titoli italiani in rosso da Prada a Moncler
Sarà annunciata questa sera alle 22, alle 16 negli Stati Uniti, la tanto attesa politica globale delle imposte anticipata dal presidente americano. Le misure saranno immediatamente operative. Il fashion in mattinata viaggia sotto la parità a Piazza Affari e nel pre-market a Wall street. In tenuta Burberry a Londra e i francesi da Kering a Lvmh e Hermès
Mercati agitati nella mattinata del «Liberation day» annunciato dal presidente Donald Trump. E i titoli del settore fashion & luxury non sono da meno, sebbene qualcuno stia sopportando l’attesa meglio di altri. La nuova politica globale dei dazi Usa anticipata dal numero uno della Casa Bianca verrà svelata questa sera alle 22, le 16 di Washington, contro i partner commerciali «che si sono approfittati di noi». Le misure, che si andranno a sommare a quelle già decise sulle auto importate, saranno immediatamente operative, come ha dichiarato la portavoce Karoline Leavitt. In vista del tanto atteso annuncio del presidente degli Stati Uniti d’America, le borse mondiali stanno mostrando un certo nervosismo nella giornata di mercoledì. In primis l’Asia, con il titolo Prada che ha chiuso in ribasso dell’1,55% a 54 dollari di Hong Kong (pari a 6,42 euro al cambio di oggi).
Ma anche a Piazza Affari le società di moda e lusso si stanno muovendo al di sotto della parità nelle prime ore di contrattazioni, con Moncler e Salvatore Ferragamo a -0,7% e Brunello Cucinelli a -0,6%. In calo anche il titolo Aeffe, che si muove vicino al -0,8%. In tenuta invece i francesi, che si mantengono in territorio positivo. A Parigi i più solidi sono Kering (+0,8%) e L’Oréal (+0,79%), con Hermès a +1,6% e Lvmh a +0,07%). Anche Richemont a Zurigo viaggia sulla parità, mentre a Londra Burberry è poco sotto il +1%. Più incerta la situazione del comparto luxury a Wall street, dove in pre-market Zegna cede il 2,7% e Tapestry l’1%. In lieve flessione anche Ralph Lauren e Capri holdings.
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Il presidente Trump ha anticipato che le nuove tariffe colpiranno «un’ampia gamma di Paesi», compresi alleati come Unione europea, Canada e Messico. Secondo alcune fonti della Casa Bianca, tra le opzioni ci sarebbe un dazio fisso del 20% su tutte le importazioni, che permetterebbe di generare più di 6 mila miliardi di dollari (5,55 miliardi di euro) di entrate. In Europa, tuttavia, il settore del lusso potrebbe sopportare un po’ meglio le bordate dei dazi. «Alcune grandi case del lusso hanno già impianti negli Stati Uniti, valuteranno se e come estendere la produzione anche ai modelli iconici attualmente confezionati in Europa», osserva Carlo Benetti, market specialist di Gam. «Altre maison hanno aumentato in questi mesi le spedizioni negli Stati Uniti per accumulare scorte esenti dalle misure tariffarie. Ferrari ha annunciato un aumento del prezzo delle nuove vetture e gli ordini sono sufficienti ad assorbire la produzione dei prossimi due anni».
I dazi Usa sulle importazioni dal Vietnam colpiranno lo sportswear
C’è tuttavia un altro comparto che potrebbe essere impattato dai dazi di Trump. Le imposte statunitensi sulle importazioni dal Vietnam potrebbero rivelarsi un duro colpo per i player dell’abbigliamento sportivo. Il Paese del Sud-est asiatico, che ha un surplus commerciale di 123,5 miliardi di dollari (quasi 114,3 miliardi di euro) con gli Stati Uniti, è un obiettivo primario del presidente, ma conta numerosi marchi sportswear che ne dipendono fortemente dal punto di vista produttivo. Primo fra tutti il colosso Nike, che in Vietnam ha prodotto nel 2024 il 50% delle sue calzature e il 28% dell’abbigliamento. L’aumento delle tariffe costringerebbe la società ad assorbire costi maggiori o ad aumentare i prezzi in un momento in cui il management, guidato dal nuovo ceo Elliott Hill, sta già mettendo in atto numerosi sconti per eliminare le scorte.
Meno esposto il competitor Adidas, che fa affidamento sul Paese solo per il 39% delle sue sneakers e per il 18% dell’abbigliamento. Ma stando a quanto riportato da un’indagine di Reuters, anche Lululemon, Amer sports e Columbia sportswear hanno importanti rapporti commerciali con il Vietnam, così come il brand svizzero On running. E l’ipotesi di spostare la produzione non è così semplice. Anche altri Paesi del Sud-est asiatico, come la Cambogia e l’Indonesia, potrebbero infatti essere soggetti a dazi e i costi di produzione stanno già aumentando. (riproduzione riservata)