TrendLe tre dimensioni per Junya Watanabe
Il designer esprime la bellezza del contrasto tra abiti e sculture. E sovrappone geometrie di pelli e imbottiture tecniche sul sartoriale reloaded
È prima qualcosa come una cappa scozzese, dove si svuotano, su una delle spalle protese, quattro triangoli lucidi, incastrati per un nuovo solido sventrato. Appare come un’armatura vestimentaria che ricorda l’accezione edile del termine, quell’insieme di elementi in ferro sagomati e posizionati a completare la resistenza strutturale. Nei cantieri, sono conglobati al calcestruzzo. Da Junya Watanabe, al tessuto sartoriale che vi si aggrappa come drappi che scendono liberi allontanandosi dal corpo mentre impongono un nuovo spazio della figura.
Queste forme geometriche bidimensionali, i triangoli appunto, tornano assemblati in costruzioni 3d nei cui spazi vuoti infilare braccia, busto e collo. Scudi ossei che sormontano una ridondanza di cinture sulla gonna che scendendo diventano come i cerchi di una crinolina, come gabbia esterna per definirne la forma. Per lo stilista giapponese dell’universo Comme des garçons, anche il cappotto è ridotto a uno scheletro di incastri di una stoffa che sembra avere la capacità di assorbire gli sforzi di trazione e di taglio.
Carapaci che mutano in pelle che è come se fosse ciò che avanza dopo la costruzione di un pezzo, con tutte le cavità che sono usate per formare avvolgimenti e nodi. Se di armatura si parla, il concetto si amplia e l’indagine si rivolge anche alle protezioni tecniche imbottite che creano un nuovo capospalla. Che è giacca avvitata che si apre sui fianchi, ma anche qualcosa di simile a un giubbotto antiproiettile allungato. Ritornano anche le cinghie, coperte di borchie che diventano ornamento ma anche rinforzo alla silhouette per obbligarla a occupare un volume altro.
Giudizio. Peccato che il mondo reale abbia solo tre dimensioni. Perché Junya Watanabe ha mille visioni e altrettante capacità di approcciare artifici e costruzioni (oltre che di lavorare tutto, dal leather alle imbottiture) che meriterebbe un iperspazio in cui pensare. (Riproduzione riservata)