TrendDior cage
Maria Grazia Chiuri immagina delle Alici nel paese delle meraviglie punk. Simili a uccelli pronti a spiccare il volo dalle loro gabbie in un giardino incantato, tra crinoline per gonne a panier, lacci, intarsi e materiali poveri resi nobili. «Negli atelier couture la creazione non conosce limiti», sottolinea a MFF la designer a capo del womenswear della maison di Lvmh
Fragili ma forti. Poetiche ma rock. Le femme immaginate da Maria Grazia Chiuri per la couture di Dior sono uccelli pronti a spiccare il volo dalle loro gabbie, delle Alici punk con copricapi piumati che al posto di incedere in un paese delle meraviglie camminano in un giardino (dis)incantato. Quello riprodotto sulle pareti della sala sfilate dall’artista indiana Rithika Merchant e tradotto in giganteschi pannelli di tessuto da Karishma Swali insieme ai Chanakya ateliers e alla Chanakya school of craft. Un’opera immaginativa surrealista che racconta il passaggio dal mondo dell’infanzia a un futuro immaginario, come nella fantasia di Alice che si avvicina a piccoli passi verso l’età adulta.
«Questo luogo è uno spazio dell’immaginazione», racconta la stessa Chiuri, direttore creativo del womeswear della maison di Lvmh. «In un certo senso riproduce il lavoro dell’atelier, dove tutto si può creare senza limiti. La mia ricerca e quella dell’artista si sono incrociate nel corso degli ultimi mesi. Da un anno sto infatti studiando la storia della moda per apprendere come si sono evolute le forme e come hanno caratterizzato i vari secoli». Non è un caso che elemento chiave della collezione sia la crinolina, usata per creare scenografiche gonne panier, che ricordano gabbie ossimoricamente aperte, decostruite.
Come nel Surrealismo, dove questi oggetti erano simbolo di volo e di fuga. Uno schermo dal mondo che può crollare con un soffio di vento e lasciare fuggire chi è al suo interno. Da esse pendono lacci, fili come ramoscelli ricamati da delicati petali su cui si posano fantasiosi insetti. «Con l’atelier ho decostruito per ricomporre e costruire la forma. Del resto, chi viene a farsi un abito qui può decidere la propria silhouette. Creare un abito è come costruire la propria casa», ha proseguito la designer. Che nobilita i materiali, a partire dal crine, impiegato per mantenere le shape o per diventare decoro, la paglia, la rafia intarsiata con un filo di metallo oro o ancora la lana che dà vita a pizzi tridimensionali.
«Questo mostra come alcuni materiali si possano riabilitare grazie al lavoro artigiano», ha sottolineato Maria Grazia Chiuri, coinvolgendo nella sua creazione giovani artisti e creatori. In un crescendo di preziosità, lo show incalza tra silhouette ispirate alle linea trapèze concepita per la maison da Yves Saint Laurent nel 1958, bustier a vista e gonne torchon. O cappe ricoperte di piume di organza a ricordare l’animo libero di queste femmes.
Giudizio. Maria Grazia Chiuri ha sempre saputo e voluto valorizzare il lavoro degli atelier. In questa collezione, la loro maestria è ancora più palese. Le costruzioni e i volumi ne esaltano le abilità. Non sono i materiali nobili a suggerire una preziosità sussurrata ma sono i materiali, poveri, a essere nobilitati dal savoir faire. Per abiti come delicate architetture, destinate a eventi più che speciali. (riproduzione riservata)