BusinessLe due leggi di Urso. Certificazione delle filiere e stop all’ultra-fast fashion
«La reputazione dei nostri brand è oggi sotto attacco, qui come all’estero», dichiara il titolare del Mimit. Che con i leader di settore, lavora a finalizzare norme urgenti approvate in commissione al Senato per garantire la supply chain tricolore Le nuove regole saranno parte della sessione di bilancio. Il 17 novembre si riunisce il Tavolo della moda

Due progetti di legge per difendere il Made in Italy della moda. È questa la risposta del governo a una fase delicata per il settore, segnata dalle inchieste che hanno coinvolto diversi marchi del Made in Italy. «Il sistema Italia è compatto nella tutela e difesa di questa eccellenza», ha dichiarato Adolfo Urso, titolare del Mimit-Ministero delle imprese e del Made in Italy, che può già vantare un primo risultato: il disegno di legge approvato martedì 14 ottobre dalla IX Commissione del Senato, elaborato nei mesi scorsi e accelerato dopo l’intervento diretto di un imprenditore di grande prestigio come Diego Della Valle. «È determinante che si legiferi in fretta per dare agli organi di controllo la massima possibilità di intervenire ma anche agli imprenditori le condizioni per lavorare serenamente», ha sottolineato Della Valle. «Per tutelare il Made in Italy che rappresenta una delle eccellenze del nostro Paese e una delle più forti nella competitività mondiale. Preserviamo questa leadership, non regaliamola a nessuno e teniamo alta la nostra bandiera. Questa è una raccomandazione anche ai politici: dateci delle leggi urgenti che ci permettano di lavorare bene». Le sue parole sono arrivate inattese e forti dopo che il gruppo Tod’s è divenuto oggetto di un’indagine sulla filiera, dopo casi analoghi che avevano coinvolto Loro Piana, Valentino, Alviero Martini, una società del Gruppo Armani e una controllata italiana del gruppo francese Christian Dior.
In tali casi, nessun imprenditore aveva avuto il coraggio di parlare a viso aperto per difendere la propria estraneità ai fatti contestati. «In questi due giorni ho sentito delle cose pessime sulla mia azienda, che non appartengono né alla nostra mentalità né a quello che io e la mia famiglia abbiamo voluto costruire in questi 50 o 60 anni di lavoro». Nella giornata di giovedì, Urso ha riunito le associazioni di categoria per illustrare la seconda misura in arrivo, un provvedimento contro l’ultra-fast fashion, ispirato all’esperienza francese, attualmente oggetto di approfondimento nell’ambito dei lavori preparatori del prossimo Ddl Concorrenza. «Con questa norma daremo garanzie ai brand della moda italiana, ai brand internazionali che producono nel nostro Paese, alle nostre piccole e mini imprese, le imprese artigianali e, soprattutto, avremo la garanzia del pieno rispetto delle norme ambientali e sul lavoro. Contrasteremo in maniera efficace ogni azione di caporalato o di lavoro nero, che va comunque sempre in ogni caso denunciata». Introdotta, nell’ambito del Ddl annuale per le Pmi e annunciata il 4 agosto.
L’obiettivo è contrastare le pratiche di sfruttamento, l’evasione fiscale e contributiva, fenomeni che mettono a rischio la reputazione e la competitività dell’intero comparto. La misura prevede l’introduzione di verifiche preventive ad hoc, finalizzate a certificare la filiera che fa capo al titolare del brand, così da garantire trasparenza e tracciabilità dei processi produttivi ed escludere la responsabilità diretta del marchio per eventuali condotte illecite riconducibili ai fornitori o subfornitori lungo la catena produttiva. «Nei prossimi giorni presenteremo, a seguito del confronto con le rappresentanze del settore, un provvedimento per fronteggiare il fenomeno dell’ultra-fast fashion, un’invasione di prodotti stranieri a basso costo che danneggiano i nostri produttori e mettono a rischio i consumatori», ha spiegato il ministro. «Si tratta di una misura che completerà il percorso avviato con l’approvazione in commissione al Senato del primo pacchetto di interventi urgenti per certificare la trasparenza e la qualità del lavoro delle filiere, contrastando le pratiche scorrette».
Il nuovo intervento mira a dare immediata attuazione alla direttiva europea che introduce il regime di Epr-responsabilità estesa del produttore, rendendo responsabili anche le aziende che producono fuori dall’Ue ma vendono in Italia. La proposta ha ricevuto il pieno sostegno delle associazioni di categoria e punta a tutelare i produttori italiani, garantendo maggiore trasparenza e responsabilità lungo tutta la catena. Alla riunione hanno partecipato, anche in videocollegamento, i vertici delle principali sigle del comparto, tra cui Cnmi, Confindustria moda, Fondazione Altagamma, Doriana Marini di Federmoda Cna e Moreno Vignolini della Federazione Moda Confartigianato Imprese. Il pacchetto di misure approvato in commissione del Senato istituisce un sistema volontario di certificazione di conformità delle filiere, volto a garantire legalità e tracciabilità lungo tutta la catena produttiva. e imprese che adotteranno modelli organizzativi di prevenzione dei reati e risulteranno in regola potranno fregiarsi della dicitura «Filiera della moda certificata», sotto il controllo del registro pubblico Mimit e dell’Agcm. Il pacchetto approvato dalla IX Commissione del Senato prevede un innovativo sistema di certificazione della filiera, su base volontaria, gestito da soggetti abilitati alla revisione legale.

Questi ultimi verificheranno la regolarità contributiva, fiscale e giuslavoristica delle imprese lungo l’intero processo produttivo, dalla capofila fino ai subfornitori, e controlleranno l’assenza di condanne o sanzioni per titolari e amministratori in materia di lavoro e sicurezza. Novità significativa è l’obbligo di inserire nei contratti di filiera clausole che garantiscano il rispetto della normativa anche da parte dei subfornitori. Le imprese capofila, al momento della stipula dei contratti, dovranno acquisire la documentazione attestante la regolarità contributiva e fiscale, assicurando così trasparenza lungo tutta la catena produttiva. Per ottenere la certificazione, le aziende dovranno adottare un modello organizzativo di prevenzione dei reati legati allo sfruttamento del lavoro (D. Lgs. 231/2001). La certificazione avrà validità annuale e sarà rinnovabile previa verifica dei soggetti accreditati, anche attraverso audit in produzione. Inoltre, presso il Mimit sarà istituito un registro pubblico delle certificazioni. Le imprese certificate potranno utilizzare la dicitura «Filiera della moda certificata» nelle attività promozionali; eventuali usi impropri saranno sanzionati dall’Agcm – Autorità garante della concorrenza e del mercato con multe comprese tra 10.000 e 50.000 euro. L’appuntamento con le rappresentanze del comparto è fissato a Roma per il 17 novembre, quando tornerà a riunirsi il Tavolo della moda. (riproduzione riservata)