TrendNel teatro di Dior
Maria Grazia Chiuri chiama Robert Wilson per inscenare una pièce in più atti ispirata all’Orlando di Virginia Wolf. «La moda è performance nel quotidiano», spiega. Sotto i riflettori l’evoluzione del vestire, in una commistione tra maschile e femminile, punteggiata da citazione a Ferré e a Galliano. Tra gorgiere, ricami e pizzi barocchi
Luci blu fendono l’oscurità della sala. Un palcoscenico quadrato si apre in scalinate ripide per permettere al pubblico di non perdere nemmeno un gesto della performance che andrà in scena nel teatro anatomico costruito da Robert Wilson per raccontare il prêt-à-porter di Dior, primo grande show della Paris fashion week. La commistione tra moda ed espressioni artistiche tanto cara a Maria Grazia Chiuri questa volta prende forma attraverso una vera e propria pièce in più atti dove le modelle diventano interpreti di un’ideale trasposizione delle pagine dell’Orlando di Virginia Woolf.
«È un racconto di come l’abbigliamento ci identifichi sotto molti aspetti», racconta la guida creativa del womenswear della maison di Lvmh. «Siamo partiti da uno sguardo sugli abiti del passato per portarli nel presente». Fedele a una ricerca sui codici del vestire, Chiuri evoca due grandi stilisti interpreti della storia del marchio, ovvero Gianfranco Ferré e la sua iconica lettura della camicia bianca e John Galliano con una riedizione della T-shirt J’adore Dior trasformata da incursioni di pizzo tagliato a vivo e portata con pantaloni di pelle da biker.

Così tra un’enorme altalena, fiamme, rocce preistoriche e iceberg prende forma la collisione di universo maschile e femminile con citazioni al travestitismo del teatro elisabettiano, per segnare la rottura degli stereotipi di genere in un susseguirsi di giacche che dialogano con corsetti, rouches come colletti che evocano gorgiere, nastri di velluto nero fermati da perle barocche, crinoline che richiamano il lavoro sulla precedente couture e marsine dai colletti rialzati. Capi tecnici, come impermeabili e giacconi, sono impreziositi da broccati tech, i parka sono plasmati per offrire un effetto invecchiato. Materiali classici come velluti jacquard sono trasformati dal taglio a vivo mentre elementi ornamentali e floreali vengono traslati sulla maglieria. Camicie trasparenti si gonfiano in stratificazioni barocche e dialogano con i severi cappotti di feltro dalla silhouette maschile per condurre all’atto finale dove tutte le modelle si riuniscono sulla scena a coronamento della maxi performance, che sintetizza il lavoro con l’arte che ha sempre portato avanti la designer per Dior.

Giudizio. «La moda è una performance per tutti i giorni nella nostra vita». Maria Grazia Chiuri scrive un nuovo capitolo nel suo manifesto per Dior, costruito in quasi dieci anni di lavoro. Un percorso che sarà celebrato dall’uscita prevista per l’8 marzo, festa della donna, di Her Dior il film di Loïc Prigent che racconta una decade di collaborazioni artistiche e di riletture personali del ricco archivio della maison. Sfilano capi quotidiani arricchiti da lavorazioni uniche, che sintetizzano la liaison tra artigianalità a tecnologia. (riproduzione riservata)