TrendLa nuova Miss Dior
Maria Grazia Chiuri evoca Marc Bohan che introdusse il prêt-à-porter nella casa di moda tra silhouette ad A, capi passe-partout e scritte slogan ispirate al mondo dei foulard dell’epoca. «Anche lui arrivò, come me, in una fase di cambiamento», racconta la designer

Marc Bohan e Gabriella Crespi. La fine degli anni 60 come epoca di rivoluzione del costume in Francia con l’arrivo del prêt-à-porter. Silhouette corte e ad A, il concetto di portabilità e la riproducibilità tecnica dell’opera di moda. Maria Grazia Chiuri ritrova se stessa ancora una volta nel designer cheper quasi un trentennio guidò lo stile di Dior, rendendogli omaggio con la fall-winter 2024/25 e ricorda la sua musa ispiratrice, interprete della nuova generazione di donne indipendenti del periodo.

«Ho sentito Bohan molto vicino a me perché è arrivato da Dior quando era in corso un cambiamento, rivoluzionando i codici di quella che storicamente era sempre stata una maison couture», ha spiegato Chiuri. Bohan fu anche l’inventore di Miss Dior, una linea pensata per le figlie delle clienti della couture, per permettere alle donne di uscire dalla boutique vestite dalla testa a piedi. Ed è a quel mondo che la stilista si accosta con una collezione dalle linee corte e geometriche, con pezzi chiave come il trench o il blazer perfetto riletti grazie a slogan ispirati ai foulard dell’epoca, ad abbottonature dorate o a profilature metalliche che richiamano i dettagli in bronzo dei lavori di Gabriella Crespi. «Ha collaborato a lungo con Marc Bohan, realizzando opere di design e arredo per la maison», ha sottolineato Maria Grazia Chiuri.
Il set dello show ai giardini Tuileries è impreziosito da un’opera dell’artista indiana Shakuntala Kulkarni, come riflessione sul corpo femminile, evocando la libertà creativa di cui Miss Dior diventò emblema. Canne di bambù come porta d’ingresso delle modelle richiamano invece il lavoro di Crespi, conosciuta perla sua dedizione verso l’artigianato e per l’uso di dettagli e decori di ottone lucente. Un parterre di celebrities da Jennifer Lawrence a Jisoo, da Maisie Williams a Natalie Portman ma anche alcune ambasciatrici dei Giochi olimpici, di cui Lvmh è sponsor, come Marie Patouillet, Sara Balzer ed Estrelle Mossely sono invitate ad assistere allo show, che si snoda sulle note languide di Je t’aime moi non plus. Ad aprire la sfilata è un semplice trench con un pantalone e una camicia. Capo spalla che via via si trasforma grazie alla maxi scritta Miss Dior, che si impossessa anche del perfetto blazer grigio o compare più timidamente sulla spalla del bomber. Decori metallici color ottone profilano gli abiti. Catenelle dorate illuminano i girocollo neri infilati in una gonna a portafoglio, mentre il denim diventa nuova divisa con dettagli di stampa Oblique nei risvolti. Completi animalier sono puntellati da luminosi cristalli e introducono ai look del finale tra abiti smanicati di rete dorata, gonne di frange di cristalli e tuniche candide, in tuffo nell’atmosfera più sofisticata dei 60s. Ai piedi scarpette con un tacco sferico dorato e stivaletti aperti sul retro percorsi da maxi fibbie.
Giudizio. Un omaggio al prêt-à-porter con un guarda roba versatile, articolati in capi essenziali con dettagli subito riconoscibili per l’inno alla libertà delle donne immaginato da Maria Grazia Chiuri per la maison di Lvmh. Che crea un legame ideale tra l’atmosfera dei 60s e il pensiero contemporaneo.
Chiuri: «Il prêt-à-porter diventa simbolo di indipendenza e libertà»
Come mai questo richiamo a Gabriella Crespi?
Ho letto sua biografia e visitato la sua casa museo a Milano. Ha collaborato a lungo con Marc Bohan per Dior ed è stata una sua musa. L’ho presa come ispirazione principalmente per il suo stile, che si lega a doppio filo all’estetica del designer, che nel 1967 creò con Miss Dior il primo prêt-à-porter di una maison couture, dando così una visione molto allargata di quello che succedeva nel suo tempo.
Che cos’era allora Miss Dior?
Nasceva con l’idea di vestire le figlie delle clienti della couture. Un prodotto di alto livello che però veniva industrializzato. Bohan rivoluzionò le silhouette creando la forma ad A per rispondere ad esigenze funzionali. Per la prima volta introdusse i pantaloni e avviò la produzione di categorie come l’intimo e le calze, introdusse il logo…
Un processo di industrializzazione della moda…
Sì ma mantenendo una vicinanza con la couture. Bohan conosceva personalmente i proprietari di molte aziende che lavoravano con Dior. Significativo divenne anche un elemento come il foulard, simbolo di indipendenza e di libertà, grazie a slogan realizzato da vari artisti, come un manifesto di questo sentire. Un’idea che ho voluto riprodurre anche nella collezione.
Perché proprio i foulard?
Ne sono ossessionata. È un codice che ha avuto un’evoluzione incredibile, manipolato da chi lo interpreta e da chi lo disegna. Si regala, si dona, si riceve… È appena uscito un libro sulla storia dei foulard di Dior, che si intitola Scarves. (riproduzione riservata)