TrendIl kolossal hollywoodiano di Rick Owens
«Esprimere la nostra individualità è fantastico, ma lo è anche manifestare la nostra unione di fronte all’intolleranza che stiamo vivendo nel mondo», spiega lo stilista che ha reso omaggio al quartiere di Los Angeles dove ha trovato la sua comunità di freaks e weirdos. Chiamati a sfilare in centinaia come atleti-devoti di una parata total white

Un esercito d’amore in bianco. Per uno show come un kolossal hollywoodiano o una parata olimpica che manda un messaggio di unione al mondo, accompagnato dalla solennità della Sinfonia n. 7 di Beethoven. È la titanica cerimonia di Rick Owens che torna al Palais de Tokyo, dopo una stagione dove aveva eletto la sua stessa casa a teatro di due catwalk intimi e ristretti.
«Mi sono sentito in colpa per aver reso la partecipazione così limitata, così questa volta ho voluto dare il benvenuto a tutti. Ho chiesto a ogni scuola di moda di Parigi di mandarci studenti e docenti, uomini o donne, che volessero camminare in questo army of love di raso bianco», ha dichiarato Rick Owens. Che ha pensato a un comeback in grande che è maestoso, imponente, trionfale come una processione di centinaia di fedeli o atleti del brand.

Enfatica, altisonante, restituisce una speranza di coesione tonante. Con quei gruppi, tutti nel total white colore di pace, che arrivano insieme, ciascuno in una perpetua ripetizione dello stesso look. Per dare forza e corpo a un’idea esplicata nel gesto di mani congiunte in segno di connessione solidale che diventano bandiera alla maniera de «La libertà che guida il popolo» su una torre umana, trasportata sulle spalli forti (tra spalline rinforzate) come un’icona sacra. O una divinità egizia accompagnata dai suoi sacerdoti nel complesso templare di Karnak. Oppure, ancora, come nel corteo di un’ideale cerimonia di apertura di quelle Olimpiadi che stanno per arrivare nella capitale francese.
E allora i modelli, «my people, i freaks e weirdos», come li chiama affettuosamente lo stilista americano, sono sportivi vigorosi devoti a un culto sacro e (molto) profano. Protagonisti di una celebrazione solenne a tratti hardcore, quasi fosse una funzione ultra-terrena, soprannaturale e super umana. Vestiti della lattiginosa tinta della purezza con cappe, mantelli di chiffon, cappucci e copricapi come nuovi paramenti liturgici. Tra gym shorts da performance agonistica. Ora con il capo sormontato da una faraonica corona dorata, che si aggrappa allo scalpo con lunghi artigli a pettine. Ora con il viso coperto da balaclava bondage, mentre un corpo di maglia si lacera in brandelli.

«La collezione della scorsa stagione si chiamava Porterville, come la piccola città giudicante da cui sono dovuto scappare. Ora il titolo è Hollywood, come il boulevard del vizio verso il quale sono corso gioiosamente per trovare la mia gente», ha spiegato Rick Owens. Quelli «che vivevano in un mondo descritto da Lou Reed in Walk on the wild side. Cercavo le creature fiammeggianti che avevo visto nei film di Jack Smith e Kenneth Anger». La Hollywood del creativo è quella perduta delle epopee bibliche in bianco e nero pre-code, per cui Owens mescola «art déco, peccato lurido e moralità redentrice».
Per l’occasione, il designer chiama anche «vecchi amici» come Jakob Jakobsson, che ha aperto la sua seconda sfilata a New York 22 anni fa, e Allanah Starr, una delle «grandi dame» della comunità trans. «Esprimere la nostra individualità è fantastico, ma a volte anche manifestare la nostra unione e la nostra fiducia reciproca è una buona cosa da ricordare, soprattutto di fronte al picco di intolleranza che stiamo vivendo nel mondo in questo momento», ha concluso Owens.
Giudizio. Colossali, lo show e Rick Owens lo sono letteralmente. Sia che quello creato dallo stilista attorno al suo marchio venga inteso come una religione, una proiezione cinematografica o un impero. Sia che lo si collochi nella Ville lumière alla vigilia dei Giochi olimpici, dove il designer sfila, nella Hollywood che lo ha ispirato, su un set cinematografico dalle atmosfere (e guardaroba) stile Dune, oppure nell’antico Egitto che continua ad affascinarlo. Il risultato è incredibile perché costruisce un suo credo, assolutamente personale anche quando lancia messaggi universali. (riproduzione riservata)