TrendIl workwear artsy di Maxivive
La collezione trasforma l’abbigliamento da lavoro in allegoria della guarigione. Silhouette industriali, tessuti in contrasto e dettagli volutamente imperfetti raccontano la fatica silenziosa di metabolizzare il dolore
Ad aprire l’ultimo giorno di Milano fashion week, in formato digital, non semplici uniformi ma «esoscheletri di memoria». Labourworms dà il nome alla collezione di Maxivive primavera-estate 2026. Che rilegge il workwear come strumento narrativo della resilienza. L’approccio del designer nigeriano Papa Oyeyemi mette in discussione il rapporto tra lavoro e trauma, la fatica fisica, emotiva e psicologica diventa metafora di un percorso di guarigione che non coincide con il fiorire, ma con lo scavare in profondità. Le silhouette guardano all’estetica industriale, giacche, tute, camicie, completi, ma si presentano distorte, sfrangiate, corazzate. Le cuciture, lasciate a vista come cicatrici, e le chiusure asimmetriche costringono il corpo a un gesto di resistenza nell’indossare. I tessuti amplificano il senso di contraddizione, cotone rigido accostato a lana fluida, denim grezzo che incontra stratificazioni trasparenti.
Il peso simbolico si traduce anche nella decorazione. Ricami a specchio, già visti in altre capsule del designer, tornano evocando un’autopercezione frammentata. Le tasche si gonfiano di oggetti reali o metaforici, fazzoletti, strumenti, memorie, mentre la palette cromatica evolve da toni utilitari, come i grigi, blu navy o marrone, verso sfumature innaturali, rosa trauma, lavanda terapia, arancione burnout, fino a un verde ospedaliero sterile.
Giudizio. Continua la serie di esplorazioni della diversità di genere in Africa per il marchio fondato dal designer nigeriano Papa Oyeyem che stavolta mette in discussione il rapporto tra lavoro e trauma, la fatica fisica, emotiva e psicologica. Le collezioni di Maxivie non sono mai solo vestiti. (riproduzione riservata)
Benedetta Migliaccio