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Il viaggio in Italia di Soshi Otsuki, che ha vinto l’Lvmh prize, a Pitti uomo

Un sartoriale ricco di contaminazioni, dal workwear allo sport, sfila nel refettorio di Santa Maria Novella, trasformato in passerella per il debutto a Pitti del creativo jap. Che si ispira agli anni 80 e 90, «quando gli abiti Made in Italy arrivarono in Giappone»

di Giada Cardo (Firenze)
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Un look Soshiotsuki fall-winter 2026/27 (foto Francesc Ten/MFF)
Un look Soshiotsuki fall-winter 2026/27 (foto Francesc Ten/MFF)

«Dieci anni fa pensavo che le cupe atmosfere del Giappone mal si adattassero a un cielo luminoso come quello italiano, ma oggi è un grande onore per me sfilare a Firenze». C’è il tentativo testardo, ripetuto invano per ben quattro volte, di partecipare a un concorso di moda in Italia, dietro al rapporto che lega il giapponese Soshi Otsuki al nostro Paese. Ma c’è anche Giorgio Armani, modello e riferimento per il designer di Chiba che ieri ha finalmente coronato il sogno di sfilare sotto il cielo di Pitti uomo. Sullo sfondo del refettorio di Santa Maria Novella, il défilé fall-winter 2026/27 dello stilista classe 1990, vincitore il 3 settembre scorso dell’Lvmh prize, ha chiuso la 109ª edizione del salone fiorentino, che oggi passa il testimone a Milano.

Il percorso creativo di Otsuki è iniziato ufficialmente nel 2015, dopo il diploma al Bunka fashion college e alla prestigiosa scuola Coconogacco, con la fondazione del brand di menswear Soshiotsuki, nato dalla volontà di reinterpretare il guardaroba maschile seguendo l’esempio di chi, come Armani, ha rivoluzionato la moda a partire da una giacca destrutturata. La prima collezione, Final homme, era già un manifesto della sua visione stilistica. La consacrazione internazionale, invece, è arrivata appena un giorno prima della scomparsa del grande stilista piacentino, quando Otsuki ha conquistato la 12ª edizione del premio assegnato ogni anno dal gruppo di Bernard Arnault ai talenti emergenti dell’industry. Una data che oggi assume un valore simbolico. «Armani ha provocato una trasformazione radicale nella storia del prêt-à-porter maschile. Io mi sforzo di essere un pioniere in questo campo, proprio come lui», confida Otsuki a MFF.

E in effetti il rigore armaniano aleggia sulla collezione come ispirazione leggibile, ma non si tratta di epigonismo. Le creazioni di Soshiotsuki fondono pulizia delle forme e audacia, struttura e fluidità, proporzioni classiche e dettagli innovativi, silhouette che evolvono i codici del menswear in chiave contemporanea con una produzione al 98% made in Japan. Una visione che mette in dialogo l’etica giapponese della disciplina e dell’uniformità con l’eleganza disinvolta della sartoria europea, definendo un mix molto moderno che si nutre di contaminazioni, dal workwear allo sport, e ha il suo tratto distintivo nel movimento dei tessuti. «Il respiro della forma», lo chiama il designer, che dimostra di andare oltre la tradizione giapponese del kimono. Così, i revers a lancia e le punte dei colletti delle camicie vengono modellati con una curvatura artificiale, introducendo un senso di dinamismo sottile. Le Oxford shirts sono costruite in sbieco, enfatizzando il drappeggio che si crea quando vengono infilate nei pantaloni.

L’ispirazione parte dagli anni 80 e 90, quando gli abiti Made in Italy arrivarono in Giappone entrando subito in voga, per spingersi oltre, «immaginando un’inversione di prospettiva, quasi una forma di importazione inversa dal Giappone all’Italia», spiega Otsuki, che sottolinea come non ci sia volontà di opposizione, bensì di coesistenza, con l’obiettivo di combinare i punti di forza sia della sartoria jap sia di quella italiana. «Io sono nato in una nazione insulare remota del Far east, e a lungo ho operato fuori del contesto della moda internazionale. Per questo, il desiderio di lasciare un segno come controcanto alla cultura sartoriale occidentale è sempre stato al centro del mio lavoro creativo», racconta. «Essere a Firenze mi fa sentire come se fossi finalmente entrato in una pagina di storia».

Nella cultura giapponese, c’è una parola che indica la perseveranza non come semplice virtù, ma come principio fondamentale che spinge a superare ogni ostacolo. Si tratta del «ganbaru», un concetto che, confida il creativo, «mi ha guidato sin dall’inizio, anche quando emergere sembrava impossibile». Ora il successo internazionale, ufficializzato dall’Lvmh prize, non solo ne conferma la forza dell’approccio, ma la proietta al mondo passando per Firenze. «Il nostro team è ancora piccolo, circa quattro persone, e ogni stagione nasce dal confronto su come superare le sfide precedenti. Il mio desiderio più autentico è di riuscire a stare al passo con i cambiamenti che sta affrontando il settore della moda», conclude Otsuki, che anticipa di avere «diverse co-lab ed eventi in programma».

Giudizio. Spogliata e rigorosa, eppure vibrante. Nella visione di Soshi Otsuki la sartoria non viene enfatizzata come qualcosa di eccezionale, ma aggiornata con discrezione per un uso reale. Dietro c’è il suo viaggio in Italia, patria spirituale del tailoring, e l’osservazione del contesto per rileggerlo in una chiave personale, attingendo alle co-lab, dalle camicie di Camisas Manolo ad Asics sportstyle, per ampliare ulteriormente la prospettiva. Sfumando e contaminando i confini di identità culturali solo apparentemente lontane. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 15/01/2026 19:00
Ultimo aggiornamento: 15/01/2026 19:02
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