TrendIl teatro dell’umanità di Moschino
A 30 anni dalla scomparsa del fondatore, lo stilista Adrian Appiolaza presenta il suo secondo lavoro sulla donna del brand di Aeffe. Indagando sottoculture, in un amalgama di ironia e iconografia dell’archivio
Dalle lenzuola a Braccio di Ferro con la sua pipa e la sua Olivia. Passando per punk e bon ton. «La vita... sono tanti atteggiamenti. Anche la moda». Sono parole di Franco Moschino quelle con cui l’attuale direttore creativo del brand di Aeffe, Adrian Appiolaza, ricorda il fondatore della maison di cui ha preso da una stagione le redini stilistiche. Oggi, in pedana, sale infatti la seconda prova al womenswear di Appiolaza, a un giorno esatto dal 18 settembre che ha segnato il 30° anniversario della scomparsa del genio ironico della moda italiana. Per il nuovo designer è il momento di affinare la pratica.
D’altronde, per mettere insieme il suo debutto fall-winter 2024/25, il talento argentino aveva avuto solo poche settimane, quelle che avevano separato la sua nomina dallo show. Eppure Adrian Appiolaza aveva individuato un metodo, in quel guardaroba che era stato ribattezzato Collezione zero per segnare l’avvio di un learning process. Lui, amante dell’archivio come dimostra il suo 20Age archive, dove ha radunato pezzi da Comme des garçons a Margiela, aveva scavato nel passato del brand con praticità. Con un obiettivo, trovare in Moschino l’equilibrio tra teatralità e realtà, trasportandone lo spirito libero, il divertimento e gli slogan pungenti nel presente. Si può dire che la strada sia ancora quella, complici le immagini della sua prima campagna svelata da poco, dove Appiolaza appare qui e lì negli scatti alla maniera di «Where’s Wally?». Adesso però compare davvero, da solo per gli applausi finali, al termine di un catwalk che studia quell’eccentrica concretezza sotto un set di panni bianchi e stesi. E che continua il lavoro mostrato lo scorso giugno, quando aveva svelato la sua visione per l’uomo tra accumuli di valigie. Il runway si connette adesso, fisicamente, nello stesso spazio e idealmente, portando avanti l’indagine su identità e umanità. Unicità, ma al tempo stesso comunità che si riconoscono (anche) nel vestirsi in maniera simile. Culture e sottoculture.
«Voglio sempre basarmi sull'idea dei personaggi, ma qui sono collegati. Gruppi di individui like-minded, legati dal modo in cui si vestono e in cui vogliono presentarsi», ha raccontato lo stesso Adrian Appiolaza a MFF, rivelando il senso della citazione scelta. «La fine della scorsa sfilata parlava di purezza, leggerezza e libertà e da qui siamo partiti. L’immagine di Franco che drappeggiava lenzuola bianche su un manichino è diventata il mio punto di partenza, una trasformazione a partire da una tela bianca». Tradotto, il quotidiano è sublimato e gli abiti da sera introducono il défilé, ricavati da un’umile biancheria da casa, vista come un foglio total white per la creazione. C’è poi un’idea di giovinezza, anche quella di Franco Moschino di cui Appiolaza ricrea i disegni fatti con i gessetti quando era bambino. «Pensando alla mia adolescenza, quel momento ha segnato il mio avvicinamento alla moda attraverso riviste come i-D e figure come Judy Blame», ha chiosato il creativo che ha pertanto lavorato con il fondatore del magazine nato negli Ottanta, Terry Jones, a grafiche e giochi di parole ispirati a quelli di Moschino. E ha collaborato con il Trust Judy Blame per un omaggio al designer inglese del punk, ottenuto portando oggetti d’archivio sul catwalk, nonché ricreando altri suoi pezzi e riproducendo alcune sue collane in stampe trompe-l'œil sulle magliette. «L’idea di elevare degli objets trouvés si collega al lavoro di Judy», ha detto Appiolaza. «Cartellini segnaprezzo in plastica, lacci delle scarpe e cuscini ricamati sono cuciti in una giacca, le penne diventano gioielli. Le ossessioni sono qualcosa che fa tanto Moschino. Franco era un ossessivo, lo sono anch’io. E c’è qualcosa di ossessivo nel modo in cui questi oggetti sono messi insieme. E questo riporta anche alla youth culture».
E di nuovo al founder, le cui iconografie tornano. Tra smiley e Popeye, i pois che arrivano sui vestiti ma anche pennellati sui corpi delle modelle, le perle che diventano harness. C’è il famoso «Tubino or not tubino» che entra in scena portato da una modella con il volto inghiottito da un giornale aperto che la riproduce e su cui campeggia la scritta «wanted». In definitiva, come ha concluso Appiolaza, «ci sono i miei omaggi alla cultura italiana, a questa idea di eleganza eccentrica con cui Franco giocava tanto. Ma anche in questo caso si tratta di contrapposizioni, contrasti e assemblaggio di qualcosa di nuovo da ciò che è familiare. Scoperta e gioco, questo è super Moschino».
Giudizio. Certo, il lavoro di Adrian Appiolaza da Moschino sta muovendo i primi passi in uno scenario del mercato globale del lusso non favorevole. Ma quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare. E chi meglio di Appiolaza, che ha deciso di interpretare l’heritage del brand proprio attraverso un gioco con la moda che si misura con il presente e dal mondo attuale non evade mai del tutto? Ancora prima del suo prodotto, si applaude al suo approccio. (riproduzione riservata)