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Dior renaissance

Alla sua prima prova alla donna per la maison di Lvmh, Jonathan Anderson regala una visione fresca e rinnovata ai codici della fashion house. Tra architetture aeree, nuove giacche Bar e denim couture. In un mega show con il set firmato da Luca Guadagnino

di Stefano Roncato (Parigi)
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Un look Dior spring-summer 2026 (courtesy Dior)
Un look Dior spring-summer 2026 (courtesy Dior)

Dior chiama, Johnny Depp risponde. Ma anche Anya Taylor-Joy, Michelle Monaghan, Deva Cassel. Mentre la première dame Brigitte Macron parla con Carla Bruni Sarkozy e tutta una serie di amici star fanno infiammare la prima fila accorsa per battezzare il debutto di Jonathan Anderson alla donna della maison di Lvmh. Dopo la prima prova a giugno scorso nell’uomo e una preview dei look femme svelati allo scorso Festival del cinema di Venezia su Alba Rohrwacher, ora è il momento dello show vero e proprio. «Non si tratta di creare cloni, ma di rendere Dior accessibile a più tipi di persone», ha spiegato a MFF lo stesso Anderson qualche ora prima del défilé. E per affrontare l’«elefante nella stanza», come lo chiama lui, ha scelto un set teatrale disegnato da Stefano Baisi e Luca Guadagnino, amico regista con cui ha spesso collaborato, perché sottopelle scorre sempre una sensazione cinematografica. Una piramide rovesciata al centro dello spazio, un po’ come al Louvre, su cui scorrono per cinque minuti le immagini di un film realizzato dal documentarista Adam Curtis. «È uno dei miei eroi», racconta lo stilista, «il suo HyperNormalisation ha cambiato il mio modo di leggere la società. Volevo che il pubblico entrasse subito nella mia testa». I fotogrammi scorrono veloci, tra video d’antan, ricordi del fondatore Christian Dior e degli stilisti che dopo di lui sono venuti, tra John Galliano e Raf Simons fino Maria Grazia Chiuri. È una Wunderkammer mentale cui fa eco la sala con amici stilisti come Alessandro Michele e Rick Owens, Kris Van Assche e Simone Bellotti fresco di first show da Jil Sander. E c’è anche Rita Airaghi, cugina e braccio destro di Gianfranco Ferré che disegnò la fashion house francese nei Nineties. Perché la collezione è un rimando fresco ai codici della griffe. Il video cola digitalmente verso la punta della piramide, crolla in una scatola da scarpe che si chiude, come una magia di Harry Potter. E la sfilata si apre con un abito leggerissimo di seta plissettata a mano, due pezzi legati da nodi sottili. È il primo passo di un percorso che Anderson descrive come «un viaggio lungo per definire la couture del futuro, fatto anche di errori». In passerella convivono fiaba e sartoria: la giacca Bar riportata alla lunghezza originale, gonne che si aprono e si muovono, un lavoro sul «duro e morbido» tra cashmere e twill di seta, denim e jersey. «La moda deve anche essere divertente, non solo intimidatoria», ha continuato il direttore creativo che cita costruzioni aeree, poi accenti al Dna ma distorti e resi più funny, poi una freshness di abbinamenti. Con jeans e fiocchi, minigonne e cappelli a metà strada tra silhouette aerodinamiche e copricapo da suora.

Giudizio. New, una boccata d’aria di cui il marchio beneficerà. Senza nulla togliere ai suoi predecessori, Jonathan Anderson rappresenta un cambiamento interessante e necessario. Riesce a dare una nuova linfa estetica alla maison di Bernard Arnault, recupera e rilegge i codici, regala quel brivido di novità in una stagione dove tutta la moda si sta rimettendo in gioco. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 01/10/2025 19:08
Ultimo aggiornamento: 01/10/2025 19:11
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