TrendIl guardaroba ad arte di Loewe
«Volevo qualcosa che fosse un’idea di restrizione, di contenimento. L’idea è nata da una fotografia di Peter Hujar (Shoe for Elizabeth, 1981) che ritraeva uno stiletto. E ho pensato: “Che cosa sarebbe una collezione se fosse quella?”». Appena dopo lo show, Jonathan Anderson spiega la sua nuova incursione nella moda e nell’arte per l’uomo di Loewe. Riferendosi a quell’opera la cui riproduzione arriva come invito allo show. Una scarpa di donna da cui partire per immaginare un intero guardaroba menswear.
In una passerella come galleria d’arte minimale. Dove arriva la piccola trottola di Paul Thek e il lavoro dell’architetto e designer Charles Rennie Mackintosh, tra cui il suo appendiabiti. Ma anche il cavalletto che Carlo Scarpa ha elevato da supporto a opera d’arte. E la collezione di essay, Against interpretation, di Susan Sontag. «Credo sia uno dei miei libri preferiti, mi piace la sua logica schietta», dice il creativo passando in rassegna figure che non hanno apparentemente nulla in comune. Ma che per Anderson hanno coltivato tutte una voce unica. «Sono individui radicali. Mi piace che queste persone siano singolari, che pensino in modo singolare», racconta il designer del brand di Lvmh che ha collocato i pezzi in una location vuota, quello spazio negativo che sa restituire un’immediata percezione di preziosità. E un’idea di interconnessione.
In passerella, si apre un varco, una scala che i modelli percorrono arrivando dal basso. Portando un guardaroba sartoriale che è complesso nella tecnica ma che sembra senza sforzo, pratico si scoprirà, sotto lunghe piume che attraversano il volto e fluttuano al passaggio.
«Volevo qualcosa che tagliasse il viso, o che lo nascondesse. L’idea di tracciare una linea al centro», chiosa lo stilista. «E penso che, quando (i modelli) si muovono, si crei un’illusione ottica. Credo che la natura sia probabilmente la migliore, in questo senso. E che sia piuttosto ipnotizzante. Quando si vede il ragazzo salire, si percepisce una sorta di ondulazione interessante in termini di sfocatura».
Per il tailoring, Anderson dichiara di aver creato le stoffe da zero. «Abbiamo fatto in modo che ogni singola cosa fosse un po’ diversa. È un black suit, ma non è quello che sembra quando lo si vede sul rack. È un tessuto incredibilmente leggero, ma allo stesso tempo può tornare in forma. È come se non ci fosse bisogno di stirarlo. Mi piace che ci sia qualcosa di un po’ pratico».
Oltre all’abito nero, che per Anderson è quasi un’uniforme scolastica, ci sono pantaloni ampi e drappeggiati. Alcuni enormi in maglia. Cinture che croppano polo e camicie e proseguono correndo attorno alla vita dei pants per unire sopra e sotto. Un capospalla scultoreo che si risvolta sul davanti in alettoni. Maniche che si aprono all’altezza del polso per esagerare l’azione della mano nella tasca. E top iridescenti, uno metallico. Tocchi gold. Ma tutto molto editato, che sottrae (a volte mostrando il petto dei Loewe guys) anziché aggiungere. Radicale, appunto.
Giudizio. Anderson designer, collezionista, curatore. Dopo venti sfilate, la sua Loewe occupa un grande spazio (positivo) della moda colta. (riproduzione riservata)