TrendIl doppio sogno di JW Anderson
«Ho lavorato sul dualismo tra grottesco e pragmatico», spiega Jonathan Anderson Che crea un mix di knitwear e layering, abiti trofeo e coat squadrati hypersize. Il tutto con parrucche grigie. «È una riflessione psicologica sul gesto di vestirsi. Il bello della moda è cercare di predire il futuro»
Il Seymour leisure centre è animato dal suono di palleggi di basket. La grande sala vetrata si riempie di buon mattino. Nel front row, l’italiana Emma in top di piume oversize e la modella Halima Aden, con tuta teddy pure oversize. Lo show inizia su un assolo di chitarra. Il primo look sembra costruito da gomitoli grezzi. Seguono modelle in lingerie e parrucche grigie. «Volevo una riflessione un po’ psicologica. Un tocco grottesco nelle proporzioni e l’evocazione dell’Inghilterra degli anni 70», spiega al termine della sfilata Jonathan Anderson circondato di giornalisti. Le parrucche grigie, in effetti, con riccioli che paiono fatti da bigodini, sono uno statement. I look come sempre sono studiatissimi. Layering, underwear, maglieria concettuale, giochi di proporzioni. Cappotti giganteschi e squadrati, abiti fatti con ghirlande di fiori e fasce di stoffa remborsé.

«Questo per me è l’ultimo capitolo di quest’anno, legato al défilé di Milano ma qui pensato con un taglio da nosy neighbour, vicino impiccione che spia cosa succede nella casa prossima alla sua». La sua è una collezione dualista. E pensando al défilé di Milano, incentrato su Eyes wide shut di Kubrick, viene da pensare al racconto di Arthur Schnitzler a cui il film era ispirato, Doppio sogno. Il creativo nordirlandese, figlio di un capitano di rugby e di una maestra, ha fondato JW Anderson nel 2008, all’età di 24 anni. Si è fatto un nome a Londra con un lavoro che è stato pioniere della decostruzione di genere e che oggi permea la cultura.

Nel 2013, il conglomerato del lusso Lvmh lo ha incaricato di risollevare le sorti di Loewe, una tranquilla casa di pelletteria spagnola con radici ottocentesche che il gruppo ha acquisito nel 1996. All’epoca, la maggior parte delle persone non sapeva nemmeno come pronunciarlo. Lvmh non divulga i numeri, ma secondo un articolo dell’Evening standard è ritenuto ora un marchio da oltre un miliardo. La sua rivoluzione è stata la visione di Jonathan Anderson di portarlo da tranquillo brand borghese a maison concettuale. Sembra naturale che la culla degli esperimenti sia la label che porta il suo nome. «Più che un atelier mi piace pensare al nostro ufficio stile come a un laboratorio», spiega.
Giudizio. Concettuale e cool. Non è un caso che alcune delle modelle sfilino con parrucche grigie e cotonate. L’ispirazione è la vicina di casa un po’ stramba e ficcanaso, che annaffia i fiori sul balcone indossando look casuali mentre origlia le nostre conversazioni. Dei freaks ma anche very normal people, umani e speciali al tempo stesso. Sempre e comunque sorprendenti, perché come ha detto lo stesso designer in un’intervista: «Puoi dare alle persone ciò che vogliono, ma poi si annoieranno comunque, quindi devi continuare a cercare di evolverti». (riproduzione riservata)