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Il culto di Rick Owens

Il designer celebra la sua personale liturgia fashion in un una piramide Maya metal Tra battesimi in piscina, latex boots e leather straps in stile Satyricon. Subito dopo, l’apertura della mostra «Temple of Love» al Palais Galliera

di Tommaso Palazzi (Parigi)
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Un momento dello show di Rick Owens s-s 2026 (ph Tommaso Palazzi)
Un momento dello show di Rick Owens s-s 2026 (ph Tommaso Palazzi)

Una folla eterogenea, che include Renzo Rosso e Arianna Alessi, occupa la grande vasca del Palais de Tokyo. Sotto gli altorilievi anni Trenta, una struttura in metallo come un tempio Maya accoglie la nuova sfilata di Rick Owens. Sei ingressi, due braccialetti, solo posti in piedi. Il rito può cominciare. Lo show si chiama Temple ed è il preludio scenico alla mostra «Temple of Love», che si inaugura subito dopo al Palais Galliera, a pochi passi. «Una retrospettiva fa pensare a un apice, alla fine e al declino», scrive Rick Owens nella sua nota. «E sono stato felice di abbracciare tutto questo». Lo show è una performance mozzafiato, tra fumogeni, scalate acrobatiche e tuffi in acqua, che sembrano battesimi.

I suoi codici si rinnovano in un’estasi da Tanztheater, tra Pina Bausch e Sascha Waltz. I lembi di carne nuda tra tagli di pelle nera, cinghie borchiate ispirate a Hollywood Boulevard, ma disposte come ghirlande neoclassiche per sedurre e intrappolare, come nei quadri di Bouguereau. L’action è sempre una scusa per adornarsi. Ci sono flight jacket oversize in taffetà di seta o nylon industriale di Como, shorts in canvas e sandali ortopedici a strappo chiamati burrito sneaks. Il cuoio, veg-tanned a Santa Croce sull’Arno, viene frangiato, inciso, zippato.

In collaborazione con Suicide, band culto della New York anni 70, Owens traduce in giacche decostruite l’estetica sonora e viscerale di Alan Vega e Martin Rev. Poi c’è la nostalgia. Owens fa ricreare a Terry-Ann Frencken alcuni knit del 2002. Lei fu la sua prima showroom model. Le sue polaroid sono le prime pagine del catalogo della mostra. In sottofondo, Dido’s lament di Purcell cantato da Klaus Nomi, «uno dei leggendari weirdos che ha liberato il weirdo in me». E lo show precede la grande festa che prosegue al Palais Galliera. Dove lo stilista soddisfatto si fa selfie con i fan. Il culto cresce e il profeta è più in auge che mai.

Giudizio. Epico e indipendente. Più arte che moda. Più scultore che couturier. La performance è potente come una regia di Romeo Castellucci. Gli outfit sono inconfondibili. Quello di Rick Owens è un culto. E i suoi profeti si moltiplicano. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 27/06/2025 18:22
Ultimo aggiornamento: 27/06/2025 18:22
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