BusinessDazi, moda in allarme
Dopo l’annuncio di Donald Trump di tariffe al 20% per la Ue, il Made in Italy studia le contromisure, chiedendo un intervento di Bruxelles. Confindustria sottolinea: «Colpita la filiera». Per gli analisti, i gruppi più esposti vanno da Ferragamo a Lvmh e Richemont. Cucinelli dice: «Non sono preoccupato»

Trump, the day after. Come nel titolo di un film degli anni 80 sulla catastrofe nucleare. L’annuncio dei dazi promessi da The Donald durante tutta la campagna elettorale lascia comunque le prime macerie già a Wall street, in tempo reale. E il risveglio in Europa, colpita da tariffe al 20%, meno severe rispetto ad altri Paesi ma comunque consistenti, è concitato. Di buon mattino, il ministro Adolfo Urso, capo del Mimit-Ministero delle imprese e del Made in Italy, annulla gli impegni previsti per «contribuire alle azioni che il Governo dovrà intraprendere in seguito all’introduzione di nuovi dazi da parte del governo degli Stati Uniti», spiegano da Palazzo Piacentini.
Alle istituzioni si affianca l’industria, con le imprese italiane della moda lanciano un sos. «La moda nella sua dimensione globale è chiamata a ridisegnare rotte e approvvigionamenti», ha dichiarato Sergio Tamborini, presidente di Confindustria moda. «Per come è strutturata la filiera a preoccupare non sono, infatti, soltanto i dazi americani sui prodotti europei e le conseguenze dirette in termini di mancati ricavi, quanto l’impatto delle misure sulle fasi produttive e distributive, a partire dall’approvvigionamento delle materie prime e nella confezione dei capi». Nell’ottica di affrontare le criticità spinte dalla situazione internazionale Confindustria moda è al lavoro con le istituzioni, ma nel delineare la politica protezionistica dell’Europa saranno fondamentali anche le soluzioni di Bruxelles.

L’interscambio di tessile-abbigliamento dall’Italia agli Stati Uniti da gennaio a dicembre 2024 è stato pari a 2,8 miliardi di euro, in flessione dello 0,7% rispetto al 2023. In tale periodo, nel ranking delle top-destination delle esportazioni l’America è risultata essere il terzo mercato di sbocco con un’incidenza del 7,4% sul totale del tessile-abbigliamento esportato con una predominanza del comparto dell’abbigliamento con 2,3 miliardi di euro. «Esprimo grande preoccupazione per le ripercussioni che questa decisione avrà sulle nostre imprese e sul settore degli accessori moda», sottolinea Giovanna Ceolini, presidente di Confindustria accessori moda .

«Nel 2024, l’export verso gli Stati Uniti dei comparti calzaturiero, pelletteria, conceria e pellicceria ha raggiunto un valore di quasi 3 miliardi di euro. Sebbene questo valore abbia registrato una leggera contrazione del 3,5% rispetto al 2023, continua a riflettere la solidità delle nostre esportazioni e l’alto apprezzamento per la qualità del Made in Italy. Purtroppo, l’introduzione dei nuovi dazi comprometterà ulteriormente questi risultati». L’aumento dei costi per i consumatori americani potrebbe, infatti, ridurre drasticamente la domanda per i prodotti made in Italy, con conseguenze negative per le nostre imprese e per i posti di lavoro, che sono una risorsa fondamentale per il settore. «In questo scenario, rinnovo l’appello di Confindustria accessori moda affinché l’Italia e l’Europa si uniscano per contrastare questa decisione e tutelare gli interessi delle nostre aziende.
La questione non riguarda solo il Made in Italy, ma l’intera Unione europea, che rischia di subire danni significativi», ha proseguito Ceolini. «Il nostro settore, già messo a dura prova da difficoltà economiche e incertezze geopolitiche, non può permettersi un ulteriore ostacolo. Per questo confidiamo in un intervento tempestivo ed efficace delle istituzioni europee per proteggere il futuro delle nostre imprese e dei nostri lavoratori. Speriamo che, attraverso le negoziazioni a cui lo stesso Donald Trump ha accennato, la situazione possa trovare una soluzione». Guardando ai numeri dei vari comparti che si trovano sotto al cappello dell'associazione, nel 2024 le esportazioni di calzature si sono attestate a oltre 1,3 miliardi di euro (-4,9% rispetto al 2023), quelle di pelletteria a oltre 1,2 miliardi (-1,6%), quelle della concia a 162 milioni (-4,15) e quelle della pellicceria a 21 milioni, in calo dell'11,9%.
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Il settore della moda e del lusso, in particolare, potrebbe risentire significativamente di queste nuove tariffe. Le aziende statunitensi che producono o si approvvigionano in Far East, come Nike e Lululemon, potrebbero vedere aumentare i costi operativi, influenzando negativamente i loro margini di profitto. Questo scenario ha già avuto ripercussioni sul mercato azionario con cali tra il 5% e l’8% subito dopo le dichiarazioni. Mentre i titoli del lusso hanno visto cali fino al 7% sui listini europei nel corso della giornata. La Commissione Ue ha dichiarato che l’Unione europea reagirà in modo fermo e immediato alle barriere ingiustificate al commercio libero ed equo, proteggendo le aziende e i consumatori europei.
Questa tensione commerciale potrebbe portare a una guerra commerciale su vasta scala, con ripercussioni sull’economia globale e, in particolare, sul settore della moda, che dipende fortemente dalle catene di fornitura internazionali e dai mercati globali. In conclusione, l’annuncio dei dazi da parte dell’amministrazione Trump rappresenta una sfida significativa per l’industria della moda, sia negli Stati Uniti che in Europa. Le aziende dovranno adattarsi rapidamente a questo nuovo contesto commerciale, valutando strategie per mitigare l’impatto delle tariffe e mantenere la competitività in un mercato globale sempre più complesso.
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In Europa, tuttavia, il settore del lusso potrebbe sopportare un po’ meglio le bordate dei dazi. «Alcune grandi case del lusso hanno già impianti negli Stati Uniti, valuteranno se e come estendere la produzione anche ai modelli iconici attualmente confezionati in Europa», ha osservato per esempio Carlo Benetti, market specialist di Gam. «Altre maison hanno aumentato in questi mesi le spedizioni negli Stati Uniti per accumulare scorte esenti dalle misure tariffarie. Ferrari ha annunciato un aumento del prezzo delle nuove vetture e gli ordini sono sufficienti ad assorbire la produzione dei prossimi due anni». (riproduzione riservata)