TrendClubbing underground per Prada
Plexi e neon per il set della sfilata immaginata da Miuccia Prada e Raf Simons che disegnano silhouette super skinny tra denim e pelle, tessuti tech e fantasie ugly chic. Con rimandi al mondo dei concerti e ricordi rock

Tutto è trasparente e luminoso. Il plexi delle panche e del pavimento che rivela lunghi tubi al neon per disegnare una luce precisa. Come precisa è la silhouette che Miuccia Prada e Raf Simons immaginano per la sfilata Prada. Allungata come quella di una matita, essenziale senza troppi orpelli, asciutta, magra, rockish, consumata dal palco, seconda pelle come il fisico di cantanti un po’ maledetti, star come i Sex pistols o elfi mediatici delle new gen della musica, quella coreana soprattutto, che infiamma stadi e social.
Tra citazioni clubbing underground, anni 90 e Pete Doherty. Tra le treccine di Kurt Cobain ed Helmut Lang indossate nella prima uscita da Julia Nobis che apre lo show e la sensualità sottile di Troye Sivan presente in prima fila. «L’ambizione era quella di creare qualcosa di nuovo che, partendo dal ‘nulla’, si ponesse in contrapposizione con l’esagerazione, i materiali complessi e il design inutile», hanno spiegato gli stessi Miuccia Prada e Raf Simons, «non c’è nulla che detesti di più in questo periodo del design inutile: questa collezione esprime esattamente questo concetto. E questo nulla è molto preciso, ottenere questo è molto più difficile di quanto sembri».

Una silhouette costruita su elementi base che si ripetono e si rinverdiscono nella mutazione di stampe e materiali. Una tipologia di pantalone new skinny, ovviamente shrink to fit dal denim ai tessuti tecnici trasparenti che fanno intravedere l’underwear, il giubbotto che diventa camicia, la pelle rock, i nuovi completi che sono due pezzi abbinati portati a nudo. Che si muovono su una colonna sonora che mixa sound da game over dei video game, le chitarre metal dei Van Halen e le Quattro stagioni. Un melange che da ipersound diventa ipervisivo, tra quelle fantasie geometriche un po’ cravatteria, che ripescano nell’estetica ugly chic, sigillo del marchio milanese. E degli ensamble con tinte vitaminiche all over, effetto Pantone ninenties. Con accessori ai minimi termini, niente più borse ma solo un porta-something legato alla cintura come un accessorio tecnico.
«Lo ripeto da sempre, il design è meraviglioso quando ha un significato. Quando invece serve soltanto a rendere qualcosa strano, non c’è nulla che io detesti di più», ha continuato Miuccia Prada, in quel backstage dove tutto sembra essere essenziale come la collezione con quei pezzi che giocano sull’essere evergreen, dal blazer al maglione con una marcata scollatura a V. «Stiamo rifiutando la complicazione, la decorazione e l’idea che tutto debba essere eccessivo», ha aggiunto Raf Simons, «a volte tutto diventa troppo, troppo ovunque. E nella moda questo non appare più nuovo, fresco o giovane. Noi invece volevamo proprio freschezza, chiarezza e attitude attraverso capi che le persone vogliano indossare sempre. Volevamo ripensare questi capi e renderli nuovi. Volevamo una rottura, una rifocalizzazione».

Giudizio. La moda è ancora viva, signora Prada? «Per chi ci crede lo è». E lei ci crede? «Sì perché è il mio lavoro, anche se di recente ho avuto un feeling un po’ negativo. Ci ho riflettuto perché il desiderio è di fare qualcosa di rilevante nel proprio operato». E il messaggio fashion arriva forte e chiaro ed è un manifesto di un’estetica molto precisa. Parte sicuramente da quelle silhouette un po’ maledette nel senso musicale del termine, affascinanti ma anche impossibili. Una silhouette ripetuta in modo ossessivo per eliminare ogni dubbio. Come fossero dei bozzetti che via via vengono riempiti da anime materiche e cromatiche che sono collisioni visive. Difficili, anti-inclusive, esasperate? Certo. Ma anche volutamente provocatorie e per questo accattivanti. Molto rock. (riproduzione riservata)
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