BusinessCapasa rinnovato fino al 2028 ai vertici di Cnmi
Nel consiglio entrano Lorenzo Bertelli e Giuseppe Marsocci di Armani. Il cda è stato votato a margine dell’osservatorio Il bello della moda, fatto con McKinsey
«Dalla miaprima elezione nel 2015 abbiamo portato avanti un impegno condiviso sui temi che consideriamo fondamentali per il futuro della moda. La formazione come veicolo per trasmettere la professionalità del Made in Italy, la promozione dei nuovi brand, il supporto alla new generation di creativi, la sostenibilità ambientale e sociale, le relazioni istituzionali e internazionali, il continuo sviluppo delle settimane della moda di Milano. Sono i pilastri su cui proseguiremo il nostro percorso nei prossimi due anni». Carlo Capasa, rieletto all’unanimità presidente di Cnmi-Camera nazionale della moda italiana e consigliere delegato, ha commentato così il rinnovo del suo mandato e il nuovo consiglio direttivo per il biennio 2026-28. Sono stati eletti i consiglieri Francesca Bellettini, Riccardo Bellini, Roberta Benaglia, la new entry Lorenzo Bertelli che prende il posto del padre Patrizio Bertelli, Alfonso Dolce, Leonardo Ferragamo, Luca Lisandroni di Brunello Cucinelli, Luigi Maramotti, Giuseppe Marsocci del gruppo Armani e Ramon Ros. E poi ancora Renzo Rosso, Remo Ruffini, Carla Sozzani e Ermenegildo Zegna. Al consiglio si aggiunge il presidente onorario Mario Boselli.
L’occasione ha visto anche la presentazione del primo osservatorio Il bello della moda. Il progetto di ricerca realizzato dall’associazione in collaborazione con McKinsey & company con il progressivo coinvolgimento di università, centri di ricerca e istituzioni italiane e internazionali, ha evidenziato la misura del valore dell’industria del fashion e la portata sull’economia italiana. La moda rappresenta il 5% dell’intera produzione industriale italiana. E continua a essere uno dei principali magneti per gli investimenti internazionali in Italia, con operation in crescita in valore e in numero. La filiera diffusa, fatta di distretti, piccole e medie imprese e competenze artigianali, genera un impatto sociale di oltre 500 mila occupati diretti, che arriva a un milione se si considera l'intera supply chain. Lo studio evidenzia che il settore crea circa cinque volte più occupazione rispetto ai settori alimentare o automobilistico. Inoltre, in un paese che perde tra i 40 e i 60 mila giovani all’anno, il fashion vira nella direzione opposta, continuando ad attrarre talenti dall'estero. Per l’esattezza la quota è del 16% di studenti stranieri nelle scuole di moda sul territorio e arriva fino al 70% nei top 5 istituti italiani. Senza dimenticare il contributo delle fashion week uomo e donna, che nel 2025 hanno attirato oltre 420 mila visitatori, di cui il 46% esteri.
«Milano è la capitale della moda, ma il Made in Italy nasce in 47 province. Il network di distretti rappresenta però anche la sua principale fragilità. Senza il ricambio generazionale e investimenti, rischiamo di perdere competenze che nessun altro paese possiede», ha spiegato durante il convegno Gemma D’Auria, senior partner di McKinsey & co, citando alcuni dei progetti culturali dei player del comparto: «Otb ha sostenuto il restauro del Ponte di Rialto, Dolce&Gabbana ha contribuito a quello di Castel Sant’Angelo e alla valorizzazione del patrimonio culturale italiano insieme al Fai. Tod’s ha supportato il restyling di Palazzo Marino e in passato del Colosseo, mentre Fendi e Bulgari hanno restituito alla città di Roma due dei suoi simboli più iconici, la Fontana di Trevi e la scalinata di Trinità dei Monti. Fondazione Prada e Armani/Silos sono diventati poli culturali di riferimento internazionale, Brunello Cucinelli ha trasformato Solomeo in un progetto di rigenerazione culturale e territoriale, mentre la famiglia Zegna ha sviluppato l'ecosistema naturale Oasi Zegna». D’Auria ha spiegato che le migliori fashion school italiane attraggono una quota di studenti stranieri sei volte superiore alla media nazionale e che un consigliere su quattro nei board delle principali aziende fashion tricolori è internazionale, più del doppio rispetto alle maggiori aziende italiane. Ciò significa più prospettive strategiche. «L’Italia oggi è la destinazione più attrattiva al mondo per l'incontro tra moda, shopping, cultura e lifestyle. Per questo viene scelta da due turisti su tre. Il marchio Made in Italy pesa di più della qualità percepita e della stessa esperienza di acquisto», ha evidenziato la senior partner. «C’è un valore nella moda che nessun bilancio riesce a misurare, ed è la capacità di costruire orizzonti. La sua vera unicità sta nell’ecosistema che abbiamo costruito nel tempo. Imprenditori, artigiani, designer, tecnici, professionisti, scuole, territori, filiere, è un sistema che il mondo ci riconosce e ci invidia», ha commentato Capasa. «Vogliamo raccontare la moda italiana per intero, la sua fatica e la sua bellezza, le sue sfide, la sua forza e la sua luce. Da qui nasce il progetto. Ringrazio il costante sostegno del Comune di Milano e il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso per il messaggio che ci ha inviato dove ci ha ricordato il potenziale dell'industria per ispirare un rinascimento industriale a livello europeo».
Gli fa eco il sindaco di Milano, Giuseppe Sala: «Sono stati 10 anni di internazionalizzazione per Milano. La città, il sistema moda e le sue aziende devono cercare di rimanere ancora uniti, che significa andare nella stessa direzione. Per guardare a una visione di lungo termine e di grande resilienza». Renzo Rosso, fondatore e presidente del gruppo Otb, ha poi messo l’accento sulle potenzialità dell’intelligenza artificiale, unita all’artigianalità dell’essere umano, ma anche sulla diversificazione degli investimenti del consumatore finale verso il settore travel, longevity e hospitality. «L’obbligo di noi imprenditori è riportare valore al territorio e aiutare il sociale, unire pubblico e privato, creare community con le persone con le quali lavori, dare loro dei vantaggi». Della stessa idea è Alfonso Dolce, presidente e ceo del gruppo Dolce&Gabbana. «La vera leva per costruire un prodotto autentico è lavorare insieme, che significa accorciare le catene, rendere più umana la relazione e le persone per dare risalto al valore storico-culturale che è rappresentato dal capo o dal gioiello, fatto in un distretto, che lascia una memoria senza tempo al consumatore», ha evidenziato. «Nella nostra azienda siamo fortunati perché i due fondatori Domenico Dolce e Stefano Gabbana già dagli anni ‘80 hanno creato uno stile di vita. Quindi, più che fare un prodotto moda, hanno pensato a un immaginario, accogliendo nel Dna la cultura del fare artigianale. Inoltre, affiancare il mondo del beauty a quello della moda è stata un’operazione significativa che ha creato una sinergia unica, come ha fatto Chanel e Dior. Questo ci sta permettendo di raccontare una nuova storia di Dolce&Gabbana che, grazie all’abito, fa vivere altre industrie». I prossimi appuntamenti dell’osservatorio saranno quattro in totale per la stagione winter e summer, da questo inverno fino all’estate del 2028. (riproduzione riservata)
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