BusinessArmani non si svende, per il mercato la società vale fino a 10 miliardi
A un anno dalla scomparsa del grande stilista si attende ancora la cessione del 15% del gruppo indicata dal fondatore nel testamento. Ma la scadenza di marzo rischia di portare a una valutazione sacrificata

Dodici mesi fa sembrava impossibile immaginare Armani senza Giorgio Armani. Con la morte dello stilista e imprenditore, scomparso il 4 settembre 2025 a 91 anni, finiva un modello industriale costruito nell’arco di mezzo secolo: quello di un’azienda identificata con il suo fondatore, insieme direttore creativo, azionista, amministratore e ultimo arbitro dell’estetica della maison. Un anno dopo, il gruppo Armani ha una nuova governance e si prepara ad affrontare il passaggio più delicato della sua storia, quello dalla continuità alla successione industriale.
È infatti arrivato il momento in cui le ultime volontà di Giorgio Armani cominciano a misurarsi con il mercato. Secondo quanto espresso nel suo testamento, entro 12-18 mesi dalla sua morte la Fondazione Giorgio Armani dovrà cedere il 15% del capitale a un grande gruppo del settore luxury, con Lvmh, L’Oréal ed EssilorLuxottica indicati dallo stilista come interlocutori prioritari. E dietro quella prima quota c’è una partita molto più grande, ovvero la possibile cessione, nei 3-5 anni successivi, di un’ulteriore quota tra il 30% e il 54,9% allo stesso acquirente, che potrebbe così arrivare a detenere fino al 69,9% del capitale. In alternativa, la quotazione in borsa tra i 5 e gli 8 anni. La Fondazione non potrà scendere sotto il 30,1% delle quote.
Per il gruppo valutazioni tra 5 e 10 miliardi di euro
Il primo passaggio, dunque, è già una questione di prezzo. Quanto vale oggi Armani? E soprattutto quale valore attribuire alla quota che Giorgio Armani ha deciso di mettere sul mercato? Secondo un pool di analisti interpellati da MF-Milano Finanza, oggi Armani vale tra 5 e 10 miliardi di euro, una forchetta più prudente rispetto ai 6-12 miliardi stimati all'indomani della morte dello stilista. «Penso che oggi una valutazione del business Armani si potrebbe situare in una grande forchetta tra 5 e 10 miliardi di euro. Prenderei il punto intermedio come riferimento», osserva Luca Solca, senior analyst global luxury goods di Bernstein. La forchetta non riflette naturalmente soltanto i multipli applicabili ai risultati correnti del gruppo. Dentro il valore di Armani entrano infatti anche la forza del brand, gli asset intangibili, i business sviluppati attraverso licenze e partnership, oltre al potenziale di crescita e alle sinergie per un eventuale acquirente strategico. La stima di un altro gestore specializzato nel settore, invece, si colloca oggi «tra 6 e 7 miliardi di euro, compreso tutto. E ogni anno, secondo me, calerà un po’. Valori più alti implicano accordi particolari su altri fronti», spiega l’esperto.

Con un patrimonio netto che sfiora i 2 miliardi (-3%) e 528,8 milioni di liquidità, la forza patrimoniale del gruppo è evidente. Il bilancio consolidato del 2025 dell’azienda, il primo firmato non da Giorgio Armani ma dall’amministratore delegato Giuseppe Marsocci, evidenzia ricavi netti consolidati in calo del 4,6% a 2,19 miliardi di euro, di cui 1,19 miliardi dal canale retail, 753,7 milioni dal wholesale e 224,3 milioni dalle royalties. A fronte di vendite in calo, la società ha tuttavia aumentato in modo significativo la redditività grazie a un’azione di contenimento dei costi operativi, che si è tradotto in un ebitda cresciuto del 3,2% a 152,7 milioni e in un ebit salito a 52,6 milioni. L’esercizio si è tuttavia chiuso in utile per 35 milioni, in netto calo dai 95,2 milioni del 2024.
Il fatturato indotto supera comunque 4 miliardi di euro sommando partner e licenziatari, tra cui L’Oréal, che con il marchio Armani beauty genera circa 1,5 miliardi di euro di vendite secondo recenti stime di mercato, ed EssilorLuxottica, che vende occhiali a marchio Armani per circa 400 milioni. A completare l’ecosistema del brand c’è poi l’hospitality, dai ristoranti alla joint venture con Mohamed Alabbar per gli hotel e resort a cinque stelle. Attività che, pur non pesando direttamente sui ricavi consolidati della maison allo stesso modo del retail o del wholesale, contribuiscono ad ampliare la piattaforma di valorizzazione del marchio. «Questi sono tutti asset che giocheranno un ruolo cruciale quando verrà il momento di sedersi al tavolo delle trattative per stabilire il prezzo della società», spiega un investment banker che preferisce rimanere anonimo. E quel momento, almeno sulla carta, non è lontano.
La quota del 15% può valere fino a 1,5 miliardi
Ad agosto alcune indiscrezioni di mercato hanno riferito che le trattative sono ancora in una fase iniziale e che la scadenza di marzo 2027 potrebbe essere superata. Secondo le fonti citate, le tempistiche indicate nel testamento non sarebbero vincolanti e gli eredi puntano a ottenere le migliori condizioni. A prescindere dai possibili ritardi, la cessione del 15% sarà comunque il primo banco di prova. Il calcolo è piuttosto semplice. Una valutazione di 5 miliardi implicherebbe un assegno da 750 milioni di euro, mentre al punto mediano della forchetta indicata da Solca, ovvero 7,5 miliardi, poco superiore alla valutazione massima dell’esperto anonimo, la partecipazione avrebbe un valore di 1,125 miliardi. Nel caso più alto, quello di una valutazione da 10 miliardi, il 15% arriverebbe a 1,5 miliardi di euro. Intanto martedì 8 settembre è in calendario il cda per l’approvazione dei risultati finanziari semestrali. Un primo semestre che dovrebbe confermarsi in linea con l’andamento del primo bimestre dell’anno, che avrebbe registrato vendite nette in calo del 7,5%. (riproduzione riservata)
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