TrendAlla fiera della vanità di Simon Cracker
Il jingle della pubblicità dei cioccolatini inglesi Quality street apre la sfilata di Simon Cracker, lasciando spazio subito dopo a La sciura milanese di Popa. Una collezione «ricchissima, ma solo per finta» ci tengono a precisare Simone Botte e Filippo Biraghi, che orchestrano una riflessione sulla ricchezza parodiando borghesi e parvenue, l’ossessione per l’apparenza, la corsa al lusso. «Dal fatto di fare una fatica epica nel tenere vivo il nostro brand nasce il pensiero de le perle ai porci che dà il nome allo show», prosegue il duo, che dal 2010 porta avanti il progetto in maniera indipendente.
L’ironia sposata all’upcycling è da sempre l’arma che usano per esprimere il loro disappunto e allora ecco le sciure e i bauscia della grande Milano, le Birkin stampate su tote bag di tela, la giacca Chanel riprodotta con la vernice spray, i foulard tarocchi di Hermès trasformati in abiti, festoni e fiocchi da pacco regalo che fanno tanto concetto Prada. E poi oro degli stolti un po’ dappertutto, per arrivare al finale dove il vestito scompare sotto 500 cartellini di altri brand.
«I vestiti non interessano più a nessuno, ma il fashion business va avanti per inerzia come se nulla fosse», aggiungono i designer, che omaggiano Oliviero Toscani, «uno dei primi a prendersi gioco con il suo lavoro del politicamente corretto, per cercare di cambiare le cose». Le tecniche di lavorazione sono il vero legame con le collezioni precedenti, tra nodi, patchwork e la sperimentazione sulle diverse tecniche di tintura. Mentre prosegue la collaborazione con Dr. Martens per la customizzazione del loro deadstock.
Giudizio. Una collezione arrabbiata, punk, forse meno gentile delle precedenti nel tratteggiare il profilo di una fashion industry che volta le spalle alla realtà e spesso anche agli indipendenti.(riproduzione riservata)