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Wall Street, Piazza Affari e le altre borse: cosa fare dopo il rally del 2025? Ecco cosa dicono i gestori
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Wall Street, Piazza Affari e le altre borse: cosa fare dopo il rally del 2025? Ecco cosa dicono i gestori

di Jole Saggese
03 gennaio 2026, 09:00 Ultimo aggiornamento: 09:18

Dopo un anno che ha stupito per la resilienza alle guerre e ai dazi le aspettative dei money manager diventano più conservative: adesso bisogna saper fare selezione 

Il 2026 potrebbe essere l’anno della discontinuità: non nel senso di un cambio di rotta brusco, ma di mercati meno lineari, più sensibili alle sorprese e quindi con maggiore volatilità. Tradotto in consigli d’investimento, la parola che ricorre è cauto ottimismo.

Dopo un 2025 che ha stupito per resilienza - tra guerra, stop and go della politica commerciale, accelerazione dell’intelligenza artificiale e timori di correzione poi rientrati - i gestori entrano nel nuovo anno con aspettative più normalizzate: ritorni potenzialmente positivi, ma con maggiore dispersione e con una necessità crescente di selezione.

A Missione Risparmio, su Class Cnbc, si sono confrontati Vittorio Gaudio (Banca Mediolanum), Laura Nateri (Lazard Lm), Stefano Guaita (Euromobiliare Advisory Sim), Alessandro Fugnoli (Kairos), Nicola Mai (Pimco) e Andrea Delitala (Pictet Asset Management).

Domanda. Il nuovo anno riparte dal rally: quanto dura?

Fugnoli: Il punto interessante è che i mercati, in questi giorni, sembrano già guardare oltre il 2026. Il 2026 potrebbe essere raccontato come un proseguimento del 2025 “in meglio”: tassi più bassi negli Stati Uniti e politiche fiscali ancora espansive. Questo quadro, se confermato, alimenterebbe persino una tendenza al surriscaldamento dell’economia: un contesto tipicamente favorevole per le borse e non necessariamente negativo per i bond. Detto questo, si percepisce già l’attenzione al 2027: Isabel Schnabel, tra i membri più falchi della Bce, ha evocato la possibilità di un prossimo cambio di passo della politica monetaria al rialzo, pur non imminente. Anche sul mercato americano qualche attesa di rialzi nel 2027 comincia a profilarsi.

Gaudio: Gli auspici restano relativamente buoni. Dal punto di vista macro non vedo, oggi, grandi elementi in grado di mettere in crisi lo scenario: l’inflazione appare più sotto controllo, la crescita c’è e non intravedo una recessione all’orizzonte. Naturalmente non va sottovalutato il comportamento della Fed, perché è un tassello cruciale. Un tema vero, semmai, riguarda le valutazioni di alcune aziende, in particolare nel comparto tecnologico. Però chiamarla bolla è prematuro: parliamo di società che generano utili e presentano fondamentali solidi.

Nateri: Parlare di rally rischia di essere fuorviante. Se torniamo a una crescita più misurata, emergono opportunità di rotazione settoriale e anche società rimaste indietro. Sull’AI si parla molto di eccessi, ma c’è un tema sottostante decisivo: energia e infrastrutture. Senza potenza energetica e reti, l’intelligenza artificiale non va da nessuna parte, quindi sulle infrastrutture che la rendono possibile possono concentrarsi investimenti e opportunità.


Guaita: Se guardiamo i mercati in prospettiva, si tratta di una spinta che dura da tempo e che poggia su basi più solide rispetto ad altri episodi storici. Associare automaticamente il tema bolla mi sembra forzato, perché i fondamentali oggi sono diversi. È vero, però, che esistono due fattori da non ignorare: la concentrazione settoriale e quella su pochi titoli. Questo può produrre volatilità. Ma, in un’impostazione di cauto ottimismo, la volatilità diventa anche un’occasione per agire in modo tattico.

Delitala: Al di là delle definizioni, il modo più corretto è parlare di ritorni attesi. Ci aspettiamo un anno in cui gli assestamenti valutativi siano già avvenuti: non necessariamente grandi spostamenti di multipli azionari o dei ritorni a scadenza dei bond, a meno che non si materializzino rischi specifici.
In uno scenario base, è lecito aspettarsi ritorni coerenti con l’andamento degli utili, che restano buoni, in particolare per i grandi traini Usa legati all’innovazione.

Domanda. Qual è stata la più grande eredità del 2025 per i mercati?

Fugnoli: A mio avviso, il 2025 lascia un’eredità “politica” oltre che finanziaria: cade un pilastro dell’ideologia degli ultimi quarant’anni, l’idea che i mercati prevalgano sugli Stati. A inizio anno i timori legati ai dazi avevano alimentato scenari cupi - recessione, ritorno agli anni ’30, inflazione galoppante - ma poi si è affermata un’accettazione del nuovo quadro: gli Stati riprendono il controllo dell’economia e i mercati lo hanno assorbito. Con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, le borse sono salite e il movimento ha coinvolto anche altri asset, incluse le criptovalute. Non c’è stata iperinflazione. La crescita globale è rimasta buona anche perché alle mosse americane hanno risposto altre economie con stimoli fiscali e monetari, sostenendo il ciclo senza generare troppa inflazione.

Gaudio: Impressionante vedere come i mercati abbiano assorbito eventi potenzialmente destabilizzanti, soprattutto sul fronte geopolitico. Il sostegno delle politiche monetarie e fiscali è stato importante e dovrebbe continuare a influenzare anche il 2026. In più, le aziende hanno mostrato una buona tenuta e hanno prodotto utili significativi. In sintesi, si entra nel 2026 con premesse costruttive.

Nateri: Il 2025 ha restituito risultati ai portafogli e questo ha ridato valore anche all’industria del risparmio gestito. Dove l’allocazione è stata diversificata e coerente, i risultati sono arrivati. Sotto l’albero rimane però l’incertezza - geopolitica, inflazionistica, debito pubblico in aumento, dubbi su alcuni aspetti dell’AI - e quindi la volatilità è una parola che probabilmente continuerà ad accompagnarci. Non è pessimismo: è realismo operativo.

Guaita: Il 2025 è stato positivo nei numeri, ma non semplice nella gestione. Rotazioni geografiche e settoriali, timori di recessione poi smentiti: un anno che, visto dagli indici, sembra facile, ma che in realtà ha richiesto scelte. Il 2026 parte bene, ma con punti di attenzione analoghi: Fed, mid-term e il dibattito bolla o non bolla. La sintesi resta la stessa: cauto ottimismo.

Domanda. L’inflazione può essere il warning del nuovo anno?

Mai: Negli Stati Uniti l’inflazione è sopra il target: la core Pce è intorno al 2,8%. Tuttavia, isolando l’effetto delle tariffe, il dato sottostante appare più vicino al 2%. È vero che un’espansione fiscale potrebbe riaccendere un po’ le pressioni, ma nel complesso l’inflazione mi sembra ben contenuta. Esistono anche rischi al ribasso: un mercato del lavoro oggi più debole e un progresso tecnologico che aumenta la produttività e tende a essere disinflattivo. Il nostro scenario vede l’inflazione verso il 2% a fine 2026, con una Fed che taglia e poi, dopo una possibile pausa, prosegue verso livelli intorno al 3%.

Delitala: Le parole di fine 2025 di Isabel Schnabel, membro della Bce, mi hanno sorpreso, ma non credo vadano lette come un segnale di rialzo imminente: possono avere anche una funzione preventiva, quasi di comunicazione, per evitare pressioni politiche verso tassi più bassi. E ricordiamoci che la spinta fiscale europea, oggi, è in Germania. Più rilevante è il tema Fed: se fosse percepita come meno indipendente, i tagli potrebbero proseguire oltre quanto l’economia richiede, e questo non è necessariamente positivo, soprattutto per la parte lunga delle curve. In sintesi, il quadro resta gestibile, ma non privo di rischi non convenzionali legati alla politica.

D. Come iniziare a impostare i portafogli, ci sono già opportunità?

Gaudio: Il primo criterio è l’orizzonte temporale. Se la pianificazione è di lungo periodo, la componente azionaria rimane fondamentale. Sulla tecnologia: multipli elevati e quindi prudenza, ma nel medio-lungo termine è difficile pensare a un portafoglio che non la includa. Piuttosto, si può entrare in modo graduale con piani di accumulo. Sul fronte rotazioni: infrastrutture e farmaceutico sono due esempi di settori da monitorare. Nel 2026 credo che la qualità - cioè la profittabilità più consolidata - possa tornare a premiare. Non vedo rischi evidenti rischi nella prima parte dell’anno; più avanti, avvicinandosi alle mid-term, bisogna osservare cosa succede.

Nateri: Il 2026 richiede gestione attiva: la direzione non è più univoca e le opportunità sono più diffuse. L’Europa potrebbe continuare a fare bene con difesa, energia, sostenibilità e investimenti. Anche l’Italia, in questo contesto, può beneficiare di alcuni driver. Poi ci sono gli emergenti: dopo anni di ritardo, alcune aree hanno ricominciato a offrire ritorni e potrebbero continuare, perché diversi Paesi stanno mostrando segnali di ripresa macro e attrazione di investimenti. Infine le small cap: storicamente più domestiche e spesso vivaio di innovazione, sono un segmento che può tornare interessante. Sul reddito fisso preferiamo flessibilità sulla duration e selezione rigorosa degli emittenti.

Guaita: Per un investitore europeo, partirei dal bilanciamento: storicamente abbiamo una maggiore presenza obbligazionaria e oggi la componente bond torna ad avere un ruolo naturale. Detto questo, il 2026 potrebbe offrire momenti di tensione o volatilità: vanno letti anche come finestre per aumentare gradualmente il rischio quando il prezzo lo consente. La diversificazione geografica resta centrale: l’Europa è importante e, in alcuni comparti, non è affatto marginale; ma la tecnologia e l’AI rendono difficile fare a meno degli Usa.
Nel 2026 possono tornare più interessanti gli Emergenti, anche se il dollaro si indebolisce. E lo stock picking diventa decisivo: non basta scegliere il settore, bisogna scegliere i nomi giusti.

Delitala: Azioni e obbligazioni non sono una gara: normalmente collaborano. Shock inflattivi o movimenti dei tassi reali guidati in modo anomalo possono far saltare la correlazione, come nel 2022. Continuiamo a ritenere irrinunciabile la parte trainante dell’innovazione tecnologica americana, mentre sul resto vediamo più spazio per diversificazione regionale. Emergenti interessanti con dollaro più debole: Asia in ottica azionaria, America Latina più sul reddito fisso.

Mai: Scenario base: economia americana in crescita poco sotto il 2% e asset rischiosi ancora sostenuti. Però non vuol dire replicare i rendimenti degli ultimi anni: le aspettative sono più moderate. Il punto è che non si investe solo sullo scenario base: i multipli elevati implicano aspettative molto alte sugli utili futuri, e gli investimenti delle big tech sono di scala enorme. Non è scontato che si trasformino in utili come il mercato prezza. In più, esistono shock competitivi: modelli open source o innovazioni improvvise possono cambiare rapidamente il quadro, come già visto in episodi recenti. Dal lato obbligazionario, oggi è possibile costruire portafogli su asset di buona qualità con rendimenti interessanti, cosa che non vedevamo da anni. Per questo, in una logica 60/40, ha senso rafforzare la componente bond. (riproduzione riservata)



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