Siamo entrati nell'ultima parte dell'anno: mancano ormai circa 30 giorni di trading per chiudere un anno straordinariamente positivo sotto molti punti di vista. L'indice S&P 500 sale da sei mesi consecutivi, accumulando una performance che raramente abbiamo visto in un periodo così breve, e restando sopra la media mobile a 50 giorni per più di 130 sessioni, un record assoluto. Ma, come avevamo anticipato da un paio di mesi, le prime crepe stavano iniziando ad affiorare. Il mercato saliva a livello di indici, sì, ma con una concentrazione senza precedenti: oggi il tema dei Magnificent 7 e dell'AI rappresenta oltre il 40% della capitalizzazione totale dell'S&P 500. E se la partecipazione al rialzo si stava già assottigliando, in questi ultimi giorni è arrivata anche la sorpresa della debolezza proprio nel settore AI, portando gli indici a correggere.
Avevamo già intuito un mercato più selettivo, con giornate meno lineari e più a strappi, e in effetti questa sensazione si è rivelata corretta. Lo si vede anche nella fragilità di alcuni titoli simbolo: Palantir, per esempio, ha perso il 15% in soli tre giorni nonostante una buona trimestrale, mentre Supermicro è crollata del 20%. Le cause di questa nuova fase sono molteplici, ma tra le principali c'è sicuramente la valutazione degli indici. Il comparto AI, per esempio, scambia a 45 volte gli utili (livelli da euforia) mentre le aziende del settore stanno investendo cifre spettacolari per costruire l'infrastruttura necessaria. La domanda ora non è tanto se siamo in una bolla, ma se i ritorni di questi investimenti saranno davvero all'altezza delle aspettative. L'AI non è un business a basso costo e lo abbiamo capito dalle trimestrali: gli investitori oggi preferiscono stare dalla parte di chi fornisce i servizi cloud come Microsoft o Amazon piuttosto che da quella di chi compra potenza di calcolo per offrire nuovi servizi. È un tema di sostenibilità del cash flow, e infatti abbiamo visto emissioni obbligazionarie per quasi 130 miliardi di dollari in appena un mese.
Forse anche per questo OpenAI sembra avere fretta di quotarsi: la crescita degli utenti enterprise sta rallentando e, dei suoi oltre 800 milioni di utenti settimanali, solo una piccola frazione paga effettivamente per il servizio. Non ci sono dubbi: l'intelligenza artificiale è già la tecnologia del presente, destinata a integrarsi nelle nostre vite al punto da diventare invisibile, come l'elettricità. Ma forse, in questo momento, stiamo vivendo una fase di eccessiva euforia, e un ridimensionamento era inevitabile.
Quello degli ultimi giorni è un mercato che "vende la notizia", prendendo profitto dopo aver prezzato alla perfezione tutti gli scenari. L'S&P 500 scambia ora a 24 volte gli utili contro una media ventennale di 16 e con il dividend yield più basso degli ultimi 30 anni. Le scuse per vendere, poi, non mancano: lo stress sul funding di fine ottobre, i dati macro deboli sul lavoro, lo shutdown del governo che ha pesato sul sentiment e sul consumatore, e i segnali più recenti di rallentamento nei retailer, che per la prima volta quest'anno non comprano i ribassi ma vendono i titoli più detenuti. Molte stanno lanciando profit warning, mostrando una debolezza che gli indici non catturano pienamente, perché il loro peso è minore. Avevamo anticipato questo tema e ora lo vediamo materializzarsi in settori che vanno dai cosmetici alle bevande energetiche, dal fast food all'abbigliamento, con correzioni giornaliere tra il -25% e il -40% dopo gli annunci. Tutto è partito dal settore auto, con problemi nel credito privato, ma si è poi esteso all'intera filiera. (di Alberto Tocchio, head of Global Equity Kairos Partners sgr)