Ritengo importante sintetizzare la nuova Grand Strategy degli Stati Uniti tentata da 25 anni senza risultato per spiegare il nervosismo di Donald Trump e derivare una bozza di scenario prospettico. Nell’anno 2000 su Foreign Affairs Condolezza Rice elaborò la dottrina dell’Interesse nazionale contrapposta al globalismo.
Il concetto base fu che l’America voleva restare prima potenza globale, ma riducendo i costi imperiali scaricandoli sugli alleati affinché investissero più risorse per la loro sicurezza regionale, mantenendo l’America stessa un ombrello indiretto per la loro difesa e l’impegno di ingaggio diretto in caso di rischio per propri interessi vitali.
Questa dottrina inizialmente repubblicana (G.W. Bush) ha trovato poi convergenza con quella democratica elaborata dall’Amministrazione Obama: lead from behind (guidare da dietro) combinata con un tentativo di rendere simmetrici gli scambi commerciali tra America ed alleati per ridurre il deficit statunitense. Va annotata una convergenza tra democratici e repubblicani sul fatto che l’America non può più reggere né il ruolo di importatore senza reciprocità né quello di poliziotto unico del pianeta.
La seconda Amministrazione Trump sta attuando con più decisione questa dottrina. Quando nel 2002 fui incluso in seminari informali organizzati dai collaboratori di D. Cheney sul tema di «quale configurazione per l’impero americano?», raccomandai una strutturazione più forte del G7 (allora G8) per integrare la scala cedente degli Stati Uniti.
Ma quando presentai tale concetto a Washington nel libro The Grand Alliance (2007) trovai consenso a porte chiuse, ma la non disponibilità dei politici statunitensi a comunicarlo ad un elettorato «eccezionalista» non disposto a cedere sovranità ad alleanze strutturate/condizionanti. Oggi vedo continuità di questa situazione: un impero che non regge i costi, ma che vuole restare tale facendoli pagare ad altri.
Scenario. L’attacco verbale all’Europa ha come sottostante la paura che nel futuro l’Ue diventi più grande degli Usa rendendoli potenza laterale non globalmente centrale. Tale vettore probabilistico è da tempo studiato dal mio gruppo di ricerca euroamericano innescando un’analisi di destino che è in corso: chi sarà il successore dell’impero statunitense?
La risposta, al momento, è che dovrà avere formato multinazionale, cioè un’alleanza, perché non c’è più un successore nazionale come lo fu l’America nei confronti dell’impero britannico. Alleanza tra chi? Sul punto l’interesse geoeconomico prevalente del mondo finanziario è un’alleanza tra democrazie, cioè un G7+. Per esempio, citando un dato enfatizzato recentemente da Roberto Sommella, i fondi di investimento statunitensi stanno aumentando il loro interesse per l’area europea.
Questi brevi cenni portano alla seguente raccomandazione ai governi europei: non sovrareagire al nervosismo di Trump mantenendo un atteggiamento negoziale collaborativo. Pian piano l’America ritroverà una strategia collaborativa. (riproduzione riservata)