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Verso il Digital Omnibus: tra semplificazione e smarrimento del metodo
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Verso il Digital Omnibus: tra semplificazione e smarrimento del metodo

di Oreste Pollicino*
21 novembre 2025, 16:17

Non va ignorato lo sforzo europeo di recuperare terreno rispetto a Stati Uniti e Cina. La Commissione sembra aver compreso che la corsa all’innovazione non consente più tempi lunghi, e che la proliferazione normativa rischia di soffocare il sistema produttivo europeo

La proposta di Regolamento sulla semplificazione della normativa digitale, presentata dalla Commissione il 19 novembre, è qualcosa di più di un esercizio tecnico. È un atto politico che ridefinisce, con sorprendente franchezza, cosa significhi oggi “sovranità digitale europea”. Dopo il rapporto Draghi, l’Unione sembra voler riscrivere il proprio rapporto con il rischio e con i dati, spostando l’attenzione dalla tutela dei diritti alla competitività. Il Digital Omnibus è la manifestazione più chiara di questa transizione: non si limita ad aggiustare l’esistente, ma cerca di costruire una governance che faccia della semplificazione non un rimedio, bensì un paradigma.

Un cambio di metodo, prima che di merito

Per un decennio, l’Europa ha puntato tutto sulla produzione normativa, rivendicando la forza regolatoria come strumento di proiezione geopolitica. Oggi il terreno si sposta. Il punto non è più soltanto regolare IA e dati, ma riformulare la forma stessa del potere europeo. La Commissione propone un modello fondato su centralizzazione, standardizzazione e gestione del rischio: una sovranità che diventa amministrazione tecnica.

Questo cambio di passo nasce anche da una realtà evidente: molte imprese europee sono state schiacciate dagli obblighi dell’AI Act, soprattutto su alto rischio e open source. Il caso Mistral lo dimostra. L’Unione proclama di voler liberare l’innovazione ma impone oneri che finiscono per penalizzare chi dovrebbe trainarla.

In questo senso, il Digital Omnibus tenta di re-equilibrare il sistema introducendo flessibilità. Il problema non è il merito — che risponde a esigenze reali — ma il metodo: correzioni e rinvii senza un quadro unitario. Nulla è chiaro su cosa sarà posticipato, su come si coordineranno le modifiche con l’AI Act, su quale sia l’idea complessiva di sistema. La sensazione è che la Commissione stia rincorrendo la complessità, anziché governarla.

Non è casuale il linguaggio scelto nello Staff Working Document: efficacia, ottimizzazione, streamline. Una grammatica manageriale che sostituisce la logica dei diritti con quella delle procedure. La regolazione europea si sposta da sistema di garanzie a governance del rischio. È qui, più che altrove, che si misura la discontinuità.

Potere centralizzato: il nuovo ruolo dell’AI Office

Il Digital Omnibus non semplifica soltanto: concentra. Con l'accorpamento di Data Act, Data Governance Act, Free Flow of Data Regulation e Open Data Directive, la Commissione costruisce un unico blocco regolatorio. Dietro l’armonia formale si nasconde però un aumento significativo dei propri poteri.

L’esempio più evidente è il rafforzamento dell’AI Office. Di fronte alla complessità dei modelli generativi e alla carenza di competenze negli Stati membri, la Commissione rivendica la supervisione diretta dei general-purpose AI models. Una scelta funzionale, ma che attribuisce alla Commissione la capacità di interpretare la normativa su una delle tecnologie più sensibili del decennio.

La supervisione resterà nazionale per i sistemi integrati in prodotti regolati a livello settoriale, ma sarà centralizzata per VLOPs e VLOSEs, in coordinamento con il DSA. È un accentramento senza precedenti, giustificato in nome dell’efficienza, ma che altera gli equilibri originari dell’AI Act.

La riscrittura del dato personale: una soglia mobile

Il segnale più chiaro del cambio metodologico è forse la riscrittura del concetto di dato personale. La definizione della proposta — “non personale per un soggetto se questi non dispone dei mezzi ragionevolmente utilizzabili per identificare la persona” — introduce una tutela mobile, dipendente dal potere tecnologico dell’attore che tratta il dato.

Il GDPR nasceva per fissare un limite oggettivo. Il Digital Omnibus lo trasforma in una valutazione contestuale. La protezione diventa relativa, negoziabile, funzionale. Anche l’anonimizzazione segue questa logica: non più una soglia netta, ma un processo graduale di mitigazione del rischio. Favorisce l’innovazione, ma aumenta l’incertezza giuridica. È la traslazione perfetta della filosofia del pacchetto: meno norme come vincoli, più norme come strumenti.

L’ultimo treno dell’innovazione

Non va ignorato lo sforzo europeo di recuperare terreno rispetto a Stati Uniti e Cina. La Commissione sembra aver compreso che la corsa all’innovazione non consente più tempi lunghi, e che la proliferazione normativa rischia di soffocare il sistema produttivo europeo. Ma proprio per questo il metodo conta più del contenuto. “Semplificazione” può essere il lievito dell’innovazione; può anche essere, se mal gestita, un acceleratore di opacità.

Il passaggio da obblighi giuridici (“shall ensure”) a incoraggiamenti (“shall encourage”), come nell’AI literacy, mostra una transizione da modello precauzionale a modello funzionale. Una scelta comprensibile, ma che richiede un nuovo equilibrio costituzionale. L’Europa non può permettersi un’innovazione che diventi scorciatoia; né una governance che si autoassolva nel linguaggio dell’efficienza.

Il Digital Omnibus è un tentativo, ambizioso e rischioso, di non perdere l’ultimo treno. Ma per restare fedeli al modello europeo è necessario che la rapidità non diventi opacità, che la tecnica non diventi tecnocrazia, che la gestione non sostituisca la garanzia. In gioco non c’è solo la competitività: c’è la riconoscibilità costituzionale del progetto europeo. (riproduzione riservata)

*Professore di regolamentazione dell'AI, Bocconi e Founder AIdvisory



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