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Valute, perché l’euro-dollaro rischia la parità ora più che mai
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Valute, perché l’euro-dollaro rischia la parità ora più che mai

02 dicembre 2024, 13:00 Ultimo aggiornamento: 14:35

L'euro continua a perdere colpi nei confronti del dollaro statunitense a causa dei timori crescenti di una possibile caduta del governo francese. Per Michele Sansone, country manager di iBanFirst Italia, sono due i fattori principali che spiegano questa debolezza | Quali azioni, bond e valute mettere in portafoglio se il dollaro continua a correre

L'euro continua a perdere colpi nei confronti del dollaro statunitense a causa dei timori crescenti di una possibile caduta del governo francese che potrebbe provocare una battuta d'arresto nei piani per contenere il crescente deficit di bilancio. Il cross euro/dollaro viaggia a 1,05117 dollari (-0,14%).

A sostenere il biglietto verde anche il presidente eletto statunitense, Donald Trump, che ha fatto marcia indietro rispetto alla precedente posizione a favore di un dollaro più debole, chiedendo ai Paesi membri dei Brics di impegnarsi a non creare una nuova valuta o a sostenerne un'altra che possa sostituire il dollaro, minacciando altrimenti dazi del 100%. «L’euro-dollaro dai livelli di resistenza a ridosso di 1,0590 ha ripiegato tornando a 1,052 a ridosso del primo supporto mentre il secondo interviene in area 1,0490», osserva Saverio Berlinzani, analista senior di ActivTrades, secondo il quale i prossimi movimenti dipenderanno, in particolar modo, dalle notizie sul fronte geopolitico.

Europa vs Usa una gara impari

Anche per Michele Sansone, country manager di iBanFirst Italia, oltre alla recessione strutturale in Germania, alla stagnazione economica in altri Paesi e a una domanda interna fiacca, l’instabilità politica in Europa potrebbe aggravare la posizione dell’euro rispetto al dollaro, spingendo la coppia sempre più vicina alla parità. Infatti, per la prima volta da molti anni, diversi governi chiave del continente si trovano ad affrontare difficili sfide elettorali entro il 2025. Una situazione che interessa Spagna, Francia, Germania e Paesi Bassi. Il ritorno della politica al centro dell’attenzione costituisce un disincentivo per gli investitori extraeuropei.

Un esempio emblematico, citano, è appunto la Francia: dalle elezioni legislative anticipate di luglio, gli investitori giapponesi—tradizionalmente prudenti nelle loro allocazioni—sono diventati venditori netti di obbligazioni sovrane francesi. «La situazione difficilmente migliorerà se un voto di sfiducia dovesse far cadere il governo Barnier prima di Natale. Sebbene l’impatto della politica sui mercati finanziari sia spesso sopravvalutato, il deterioramento dello scenario politico europeo non gioverà certamente alla moneta unica», precisa l’esperto di iBanFirst.

Occhio ai flussi di capitale

Il secondo fattore che può spingere la coppia euro/dollaro verso la parità riguarda la superiore performance economica e dei mercati azionari statunitensi. I flussi finanziari non lasciano dubbi: nella settimana dal 5 al 13 novembre gli Etf e i fondi comuni statunitensi hanno attratto 56 miliardi di dollari, il secondo afflusso settimanale più alto dal 2008. Gli investitori internazionali puntano quasi esclusivamente sull’economia americana, spiega Sansone.

Di conseguenza, i flussi record in uscita dall’Europa e dai mercati emergenti continuano a sostenere strutturalmente i titoli azionari statunitensi e il dollaro. Mentre si prevede che il pil degli Stati Uniti crescerà del 2,7% quest’anno, lo scenario più ottimistico per l’Eurozona è di appena l’1,2%. Uno studio recente di Barclays evidenzia come, negli ultimi dieci trimestri, i titoli azionari statunitensi abbiano costantemente sovraperformato quelli europei. «La conclusione è evidente: per un risparmiatore o un investitore istituzionale interessato a massimizzare i rendimenti, è logico destinare una parte significativa del portafoglio al dollaro. Questo flusso di capitale rafforza strutturalmente la valuta americana, che risulta sopravvalutata del 9% rispetto al paniere di riferimento», secondo le stime di iBanFirst. «Le probabilità di un’inversione di tendenza sono scarse».

E la politica monetaria?

Gli Stati Uniti e l’Europa si trovano ad affrontare rischi di natura diversa. C’è chi ipotizza che la Banca Centrale Europea possa accelerare i tagli dei tassi per stimolare l’economia, mentre la Federal Reserve statunitense potrebbe prolungare la pausa sui tassi a causa di una potenziale ripresa dell’inflazione. Tuttavia, nessuno dei due scenari appare probabile. In Europa, la Bce non è nota per agire rapidamente. Negli Stati Uniti, il presidente della Fed, Jerome Powell, ha ribadito che non ci sono segnali chiari di una ripresa dell’inflazione dovuta al ritorno di Trump sulla scena politica. «In breve, la politica monetaria difficilmente offrirà sollievo all’euro rispetto al dollaro. Nel mercato valutario», ricorda il country manager di iBanFirst Italia, «vige una regola ferrea: il tasso di cambio di una valuta riflette lo stato della sua economia. Un’economia in difficoltà corrisponde inevitabilmente a una valuta debole. Per la coppia euro/dollaro, si tratta essenzialmente di un ritorno alla normalità». (riproduzione riservata)



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