Cambiano gli attori in campo, ma non lo schema dell’operazione che potrebbe portare al salvataggio di Bff. Banco Bpm si è definitivamente ritirato dalla corsa per l’istituto specializzato nel factoring, finito nel mirino di Bankitalia dopo una dura ispezione che ha portato alla rivalutazione di 1,36 miliardi di crediti e all’invio di due commissari (Francesco Fioretto e Raffaele Lener) per affiancare il cda. Piazza Meda era interessata alla banca depositaria e ai servizi di pagamento di Bff e aveva formato una cordata con Amco, il servicer del Tesoro, che invece puntava alla parte factoring.
Poi il dossier si è raffreddato per le perplessità dei vertici di Bpm su perimetro e valore dell’operazione. Anche il suo principale azionista, i francesi di Crédit Agricole con il loro 29,3%, sono sempre sembrati dubbiosi sul deal. Senza contare l’ops lanciata da Mps sul Banco in risposta all’opas di Intesa Sanpaolo. Tutta una serie di ragioni che hanno portato il ceo Giuseppe Castagna ad archiviare la pratica Bff.
Nel mentre l’istituto milanese è finito nel mirino di Bper, interessato allo stesso perimetro guardato da Piazza Meda, soprattutto alla depositaria per integrarla nelle attività della controllata Arca Fondi. L’istituto emiliano ha già inviato una manifestazione d’interesse e da alcuni giorni sarebbe anche entrato in data room per vedere più da vicino i numeri della banca guidata dal ceo Giuseppe Sica. Ma non finisce qui perché Bper avrebbe avviato i contatti con Amco per subentrare a Bpm nella cordata. Le parti sarebbero a lavoro, consapevoli del valore aggiunto di una proposta congiunta.
Da sempre l’ex Farmafactoring e gli advisor Morgan Stanley e Mediobanca puntano a evitare uno spezzatino che non riconoscerebbe appieno il valore della banca. Anche i soci dell’istituto (come gli imprenditori Paolo Basilico, Marco Drago e il fondo Alken Capital) hanno espresso le loro perplessità su questa ipotesi in una lettera inviata al cda e saranno loro ad aver l’ultima parola sull’eventuale vendita in assemblea. Prima, però, serve che Amco e Bper trovino gli incastri giusti, cosa non semplice perché dovrebbero individuare un terzo soggetto a cui rivendere la parte estera del portafoglio factoring.
Il servicer del Tesoro può operare solo in Italia, quindi dovrebbe liberarsi dei crediti che Bff vanta soprattutto in Germania, Spagna e Polonia. Un ostacolo che potrebbe essere superato se Amco comprasse l’intero portafoglio e dopo rivendesse le esposizioni oltreconfine. Poi andrebbe trovata la quadra sul prezzo con l’ex Farmafactoring e infine bisognerebbe capire come strutturare l’operazione: le strade immaginabili sono soprattutto quelle di un’opa (più probabile che la lanci Bper) o di un aumento di capitale.
I tempi insomma potrebbero non essere brevi e non è detto allora che arrivi un’offerta non vincolante congiunta per il cda di Bff convocato il 10 settembre. Intanto Bper e Amco potrebbero muoversi da soli e sullo sfondo restano sempre fondi come Cerberus. L’ex Farmafactoring non può attendere troppo a lungo perché dal 2028 il calendar provisioning tornerà a mordere. La normativa impone di svalutare del tutto le esposizioni deteriorate in tre e sette anni, a seconda del tipo di garanzia, accantonando il capitale necessario a coprire le perdite. Quindi serve una soluzione che eviti a Bff di dover ricorrere all’equity per finanziare in futuro il portafoglio factoring.
La chiave potrebbe essere appunto l’m&a perché Amco non è una banca e non deve rispettare le regole della Bce. Ma il cda e i commissari non possono correre il rischio che alla fine i vari interessamenti non si concretizzino. Ecco perché stanno portando avanti in parallelo la maxi cartolarizzazione da 1,3 miliardi (advisor Jp Morgan e Pwc) necessaria per ridurre il profilo di rischio. Si tratta di una delle varie opzioni sul tavolo e il ceo Sica ha sempre detto che punta a chiudere l’operazione entro il terzo trimestre. La due diligence è già in corso con fondi come Cerberus, Crc e Fortress. (riproduzione riservata)