L’America tira un sospiro di sollievo. Il Senato degli Stati Uniti ha, infatti, approvato ieri, 1° giugno, la legge, sostenuta dal presidente, Joe Biden, che sospende per due anni e quindi fino a dopo le elezioni presidenziali e legislative del 2025 l'importo massimo di indebitamento degli Stati Uniti, attualmente a 31.400 miliardi di dollari.
Con 63 voti a favore e 36 contrari, il Senato ha ratificato il disegno di legge approvato mercoledì dalla Camera, in una corsa contro il tempo dopo mesi di discussioni tra democratici e repubblicani per evitare il default degli Stati Uniti. «Questa è una grande vittoria per l'economia e per il popolo americano», ha commentato Biden, dicendosi «impaziente» di mettere in atto questo accordo.
Il disegno di legge va sul tavolo di Biden per la firma, solo quattro giorni prima del termine stimato dal Tesoro entro il quale gli Stati Uniti avrebbero esaurito i fondi per onorare i pagamenti. Uno scenario del genere avrebbe inferto un colpo traumatico all'economia globale e ai mercati finanziari e avrebbe rappresentato un'enorme ferita autoinflitta per Washington.
Come era successo nel 2011 tra l'ex presidente, Barack Obama, e John Boehner, allora presidente della Camera repubblicana. Quel contatto con il default ha comportato un declassamento del rating del credito tripla A degli Stati Uniti da parte di S&P e una forte svendita di azioni. Scongiurato, quindi, «un danno duraturo che un default tecnico avrebbe causato alla stabilità economica e, soprattutto, alla fiducia», sottolinea a milanofinanza.it Matthew Benkendorf, Cio di Vontobel Quality Growth Boutique. Come dimostrano i dati economici, «l'economia statunitense ha subito un progressivo e consistente deterioramento, con l'impatto dell'aumento dei tassi d'interesse che inizia a farsi sentire: la crisi bancaria del primo trimestre e la successiva contrazione del credito ne sono gli esempi più lampanti», osserva Benkendorf.
In questo contesto, il rischio reale era che si verificasse un evento esterno che intaccasse la fiducia nell'economia «e ne facesse venir meno l'animal spirit, che sono il propulsore delle economie. Quando questi aspetti si infrangono per qualsiasi motivo, diventa più difficile far ripartire l'economia e ricostruire la fiducia. In questo caso, aumenterebbe la probabilità di una recessione negli Stati Uniti verso la fine o l'inizio del prossimo anno. Ciò avrebbe ripercussioni sull'economia globale, in quanto gli Stati Uniti tradizionalmente trascinano il resto del mondo, Asia compresa», precisa l’esperto.
Un default degli Stati Uniti avrebbe probabilmente avuto ripercussioni anche sul mercato azionario statunitense «che non è così in salute come sembra. Non dimentichiamo che si è trattato di un mercato ristretto, la cui performance è stata trainata solo da una dozzina di società», indica Benkendorf. Su base aggregata, spiega, il valore delle azioni statunitensi è aumentato, ma la maggior parte dei titoli è in realtà piatto o in calo. «Le aziende sono state spinte anche da una previsione positiva sui tassi di interesse nell'ultima parte dell'anno», aggiunge. In generale, conclude, «i mercati si aspettano ancora un taglio dei tassi di interesse verso la seconda metà di quest'anno, un'ipotesi poco realistica vista l'attuale situazione inflazionistica».
I futures di Wall Street preannunciano un avvio di seduta positivo (+0,24% quello sul Dow Jones e +0,23% quello sull’S&P500), il dollaro scende nei confronti dell’euro, che vale 1,07672 (+0,06%), e il rendimento del Treasury Usa 10 anni sale al 3,617% mentre aumentano le scommesse sul fatto che la Fed si asterrà dall'aumentare i tassi alla prossima riunione del 14 giugno. Questa settimana diversi funzionari della Fed hanno pubblicamente appoggiato una pausa nel ciclo di inasprimento a giugno; l'ultimo in ordine di tempo è stato il presidente della Fed di Philadelphia, Patrick Harker, che ha affermato che è giunto il momento di «premere il pulsante di stop e vedere come va». I futures indicano una probabilità dell'80% che la Fed si astenga dall'aumentare i tassi a giugno, rispetto al 48% di una settimana prima (riproduzione riservata)