Unicredit è pronta a ricorrere al Tar contro i paletti del golden power e ribatte punto su punto alle critiche ricevute da Banco Bpm a due giorni dalla sospensione dell’ops. Il gruppo guidato da Andrea Orcel sottolinea come la decisione comunicata da Consob lo scorso 21 maggio risponda a un’esigenza di trasparenza e tutela degli investitori. «La sospensione è finalizzata a lasciare il tempo necessario per fornire informazioni chiare e adeguate», si legge in una nota, con particolare riferimento «all’esercizio del golden power e alle relative prescrizioni» contenute nel decreto della Presidenza del Consiglio del 18 aprile.
L’offerta, in stand-by per 30 giorni, rimarrà aperta fino al 23 luglio. Unicredit chiarisce che continuerà il confronto con le istituzioni per «ottenere un riscontro conclusivo sulla portata e sull’interpretazione delle prescrizioni» e si prepara a un’azione legale per dirimere i dubbi. Ma in agenda ci sono anche altre iniziative. La banca «presenterà a breve un ricorso al Tar del Lazio e supporterà l’Ue nel suo esame della situazione», si legge, definendo la mossa «una linea d’azione prudente per ottenere chiarezza e una valutazione formale indipendente sulla corretta applicazione del golden power al caso specifico». Su richiesta della banca, il tribunale amministrativo potrebbe scegliere una procedura accelerata che, dimezzando i tempi, arriverebbe al verdetto in circa un mese di tempo.
Al tempo stesso, la banca ribadisce che tutte le altre condizioni previste dall’offerta restano in vigore, compresa la verifica antitrust: «Unicredit non è ancora in grado di prendere alcuna decisione definitiva in merito al completamento dell’operazione».
Toni duri nel passaggio dedicato all’acquisizione di Anima Holding da parte di Banco Bpm. Unicredit denuncia «la mancanza di una tempestiva e adeguata informativa trasparente da parte di Bpm», sottolineando come l’operazione si sia rivelata ben più onerosa del previsto. «È ora evidente che l’operazione Anima è stata realizzata a condizioni considerevolmente meno favorevoli», con un prezzo di acquisizione salito «da 6,2 a 7 euro per azione, pari a un aumento del 13%», e senza i benefici patrimoniali attesi dal cosiddetto Danish Compromise.
Secondo le analisi di Unicredit, la transazione avrebbe comportato «una riduzione sostanziale del capitale equivalente Cet1 di Bpm di circa 1,7 miliardi di euro, o 240 punti base», portando il ratio pro forma dal 15,1% al 12,9%. Un impatto negativo che, a giudizio della banca milanese, riduce drasticamente il rendimento atteso per Bpm: «dal livello inizialmente previsto superiore al 50% a circa l’11%, con il rischio di ulteriore riduzione».
«Sebbene queste azioni significhino che per Unicredit il ritorno sull'investimento relativo all'operazione è ora diminuito, l'offerta soddisfa ancora i parametri finanziari» della banca. Per questo, il cda ha scelto di «rinunciare alla condizione relativa all’operazione Anima, limitatamente alle misure difensive approvate dall’assemblea Bpm del 28 febbraio, al fine di offrire certezza agli azionisti. Unicredit resta fedele al piano industriale: «disciplina e rigore restano i capisaldi».
Pur riconoscendo che «il ritorno sull’investimento relativo all’operazione è ora diminuito», Unicredit rivendica che l’offerta «soddisfa ancora i parametri finanziari del gruppo». L’obiettivo resta invariato: portare avanti il piano industriale Unicredit Unlocked, garantendo «una crescita proficua e distribuzioni superiori e sostenibili agli azionisti». Nessuna concessione a operazioni che non rispondano a standard elevati: «La disciplina è fondamentale e le operazioni saranno eseguite solo se soddisfano i rigorosi parametri finanziari del gruppo». (riproduzione riservata)