Un’innovativa sonda per individuare i tumori più difficili da scoprire migliora l’efficacia della chirurgia dei tumori neuroendocrini gastrointestinali. Il dispositivo, messo a punto dall’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) e Sapienza Università di Roma, è stato al centro di uno studio clinico coordinato dall’Istituto europeo di oncologia. Lo strumento è in grado di rilevare i positroni, particelle emesse da radiofarmaci come quelli utilizzati per eseguire la tomografia Pet e ha dimostrato un’elevata sensibilità e specificità (pari al 90%) nell’individuare cellule tumorali marcate con un radiofarmaco specifico per i tumori neuroendocrini. La procedura prevede un’iniezione di una minima dose di radiofarmaco che va selettivamente a posizionarsi sulle cellule tumorali. Grazie all’uso della sonda gli interventi chirurgici, sia tradizionali sia tramite robot, risulteranno più precisi e conservativi evitando asportazioni inutili.
«La chirurgia radioguidata fino a oggi ha utilizzato le sonde a raggi gamma che non funzionano quando quello che si vuole rivelare è vicino a organi che assorbono molto radiofarmaco, come nell’addome», spiegano Francesco Collamati dell’Infn e Riccardo Faccini di Sapienza Università di Roma. «Una sonda come quella da noi ideata, che rivela positroni anziché fotoni, permette di rivelare esattamente specifiche forme di tumore in zone del corpo dove sarebbe altrimenti impossibile individuarle».
«La vera innovazione di questa procedura chirurgica risiede nel somministrare ai pazienti durante l’intervento il radiofarmaco cancro-specifico usato per la diagnostica Pet», commenta Francesco Ceci, direttore della divisione di medicina nucleare dello Ieo. «Prima individuiamo con la Pet le localizzazioni del tumore e poi utilizziamo la sonda per rimuoverle con grande accuratezza».
Per i tumori neuroendocrini la chirurgia costituisce l’unica forma di terapia radicale, anche se fino al 30% delle laparotomie non arrivano a sterilizzare il letto tumorale e le metastasi linfonodali si ripresentano nel 10% dei casi. «Anche il chirurgo più esperto in un caso su tre può lasciare della malattia residua, non visibile neppure alla Pet perché localizzata ad esempio nei piccoli linfonodi vicini ai vasi mesenterici», afferma Emilio Bertani, chirurgo della divisione chirurgia dell’apparato digerente di Ieo e coordinatore dello studio. «La sonda beta riesce a rilevare anche la minima presenza di cellule tumorali e nell’80% dei casi il chirurgo le rimuove senza creare danni eccessivi.
Il punto forte della procedura è che bilancia la capacità di trovare la malattia e la necessità di preservare tessuti vitali per il paziente. Rappresenta un grande progresso nel trattamento dei tumori neuroendocrini, anche se occorre sottolineare che ciò che cambia il risultato non è tanto la tecnologia quanto la procedura. La sonda è efficace soltanto se è in mano a un chirurgo esperto». Grazie agli incoraggianti risultati raggiunti da questa ricerca, allo Ieo è già in corso uno studio sull’applicazione del dispositivo nel carcinoma prostatico. (riproduzione riservata)