Le cellule CAR-T sono già utilizzate con successo in alcune forme di tumori ematologici, ma oggi si accendono nuove speranze anche per il trattamento delle malattie autoimmuni sistemiche più severe e resistenti alle terapie. A sottolineare i progressi compiuti negli ultimi vent’anni dalla ricerca reumatologica è Nicoletta Del Papa, consigliere FIRA (Fondazione italiana per la ricerca in reumatologia), responsabile della scleroderma Clinic, Uoc Clinica reumatologica dell’azienda sociosanitaria territoriale Pini-CTO, Università di Milano.
«L’introduzione dei farmaci biologici e delle cosiddette small molecules ha profondamente modificato la storia naturale di molte malattie autoimmuni, migliorando la prognosi e la qualità di vita di milioni di pazienti», afferma Del Papa. «Tuttavia, una quota significativa di persone affette da queste patologie continua a non rispondere ai trattamenti disponibili e può andare incontro a progressione di malattia e danno d’organo». Le malattie autoimmuni reumatologiche comprendono un ampio gruppo di condizioni - fra cui artrite reumatoide, sclerosi sistemica, lupus eritematoso sistemico, vasculiti - in cui il sistema immunitario perde la capacità di distinguere il “self” dal “non self”, attaccando tessuti e organi del corpo.
Le CAR-T sono linfociti T del paziente che vengono prelevati, ingegnerizzati in laboratorio e reinfusi. Grazie all’introduzione di un recettore artificiale queste cellule diventano in grado di riconoscere e distruggere specifiche cellule bersaglio identificate da un marcatore di superficie. Nel caso delle malattie reumatologiche autoimmuni, il bersaglio principale sono i linfociti B, che svolgono un ruolo chiave nei meccanismi di autoimmunità. L’obiettivo è quindi azzerare l’intera popolazione dei linfociti B e permettere la ricostituzione di un sistema immunitario “riprogrammato”, privo di memoria immunologica patologica.
«Nelle forme più severe di malattia autoimmune, soprattutto quando i trattamenti disponibili non sono efficaci, abbiamo bisogno di strategie terapeutiche completamente nuove», prosegue Del Papa. «Le CAR-T rappresentano un approccio molto diverso da quelli tradizionali: non si tratta semplicemente di bloccare una molecola o di sopprimere l’infiammazione, l’idea è quella di “resettare” il sistema immunitario, eliminando l’intero compartimento dei linfociti B, compresi quelli responsabili dell’autoimmunità, permettendo la ricostituzione di un equilibrio immunologico più sano».
I primi dati clinici disponibili, provenienti soprattutto da centri europei e in particolare tedeschi, stanno mostrando risultati molto promettenti in pazienti con malattie autoimmuni severe e refrattarie alle terapie convenzionali e anche alcuni centri italiani sono coinvolti in questi programmi di ricerca e sperimentazione clinica. Gli stessi esperti ricordano però che si tratta ancora di una fase iniziale, che richiede ulteriori studi, dati clinici robusti e un percorso di sviluppo rigoroso per valutare efficacia e opportunità di applicazione. (riproduzione riservata)