Per sconfiggere il tumore al polmone la cura cambia strategia e ordine: l’immunoterapia viene anticipata prima della chirurgia per aumentare le possibilità di guarigione.
Una svolta nel trattamento di questa neoplasia fra le più diffuse - in Italia nel 2025 ha registrato 27.100 nuovi casi fra gli uomini e 16.400 tra le donne – emersa dal confronto fra esperti internazionali durante il quinto International Summit on lung cancer, svolto nei giorni scorsi a Roma, all’Istituto nazionale tumori Regina Elena (Ire).
Si è infatti visto che trattare con l’immunoterapia prima di intervenire chirurgicamente può ridurre di circa il 30-40% il rischio di recidiva e aumentare in modo significativo la probabilità di risposta completa, con percentuali che passano dal 2% circa a oltre il 20%.
In pratica, si opera a tumore già «spento», un cambio notevole se si considera che fino a pochi anni fa nel tumore al polmone operabile l’intervento chirurgico era il primo passo. Oggi non è più una scelta automatica e, benché la chirurgia rimanga centrale nella cura, diventa parte di un percorso multidisciplinare. Cambia in effetti il metodo: si parte dallo studio delle caratteristiche molecolari del tumore e poi dalla definizione della strategia che può comportare immunoterapia, terapie target o combinazioni e, solo successivamente, si decide se e come operare.
Questa modifica di approccio nasce dal fatto che il tumore del polmone è spesso già in movimento fin dalle fasi iniziali:
mentre si vede un nodulo possono esserci già cellule invisibili che circolano nel sangue. Ecco perché anticipare la terapia oncologica significa non limitarsi a togliere ciò che si vede, ma colpire subito anche ciò che non si vede.
«Oggi non basta più intervenire localmente», spiega Federico Cappuzzo, direttore dell’Oncologia medica 2 dell’Ire e membro dello scientific board del summit. «Dobbiamo trattare la malattia come sistemica fin dall’inizio. È questo che aumenta in modo significativo la probabilità di guarigione».
A supporto di questa strategia intervengono gli strumenti diagnostici più avanzati, come la biopsia liquida, che permette di analizzare il Dna tumorale nel sangue. L’esame agisce come «sensore precoce» della malattia, aiutando a individuare la malattia minima residua, ovvero tracce di tumore non visibili con esami tradizionali. Benché non rappresenti ancora uno standard per tutti i pazienti, costituisce uno dei fronti più promettenti della ricerca.
«La direzione è arrivare a un controllo sempre più preciso e personalizzato», sottolinea Cappuzzo.
«Capire in anticipo se la malattia sta tornando significa poter intervenire prima e meglio». La medicina di precisione si avvale oggi dell’integrazione fra dati clinici, molecolari e tecnologici per migliorare sempre più le decisioni: «Non trattiamo più tumori uguali per tutti, ma malattie diverse in persone diverse. Questo cambia radicalmente l’efficacia delle cure», afferma Giovanni Blandino, direttore scientifico Ire. (riproduzione riservata)