Uno studio internazionale di lungo periodo, di recente pubblicato sulla rivista scientifica European Urology, conferma l’importanza della radioterapia negli uomini già operati per bloccare la ripresa del tumore alla prostata, quando il Psa torna a salire.
Infatti, valori alti del Psa (antigene prostatico specifico), ovvero la proteina prodotta dalla prostata e utilizzata come indicatore per valutare la salute della ghiandola, sono spesso il primo campanello d’allarme di una possibile ricomparsa della malattia, dopo che il paziente è stato sottoposto a un intervento di prostatectomia radicale. Si tratta della fase in cui la radioterapia rappresenta il trattamento finalizzato a colpire precocemente eventuali focolai di recidiva nella zona dove il tumore ha più probabilità di ripresentarsi, sotto forma di cellule residue non visibili agli esami radiologici, ovvero il letto prostatico. Esso identifica l’area anatomica dove si trovava la prostata prima dell’intervento chirurgico.
Lo studio ha coinvolto 350 pazienti con rialzo del Psa dopo prostatectomia, assegnati in modo casuale a due tipi di radioterapia: una a dose convenzionale e una a dose più alta. Dopo oltre 8 anni di follow up, in entrambi i gruppi si è registrato lo stesso tempo in cui il Psa è rimasto stabile, senza differenze significative anche in termini di sopravvivenza globale e di avvio della terapia ormonale.
Risultati che sottolineano quindi il ruolo centrale della radioterapia nella cura del tumore alla prostata, in grado di individuare la ripresa della malattia quando è ancora localizzata e garantire un controllo a lungo termine, senza bisogno di aumentare la dose irradiata.
«Questo studio conferma con dati a lungo termine che la radioterapia è un’arma estremamente efficace per contrastare le recidive dopo un intervento di prostatectomia radicale», dichiara Stefano Pergolizzi, presidente dell’Associazione italiana di radioterapia ed oncologia clinica. «Dimostra che dosi convenzionali sono pienamente adeguate a garantire un controllo duraturo della malattia, senza necessità di intensificazioni che non apportano benefici aggiuntivi in termini di sopravvivenza o outcomes clinici. È una notizia importante, perché rafforza l’idea di una radioterapia sempre più precisa e personalizzata, capace di intercettare la malattia in fase iniziale, assicurare un controllo stabile nel tempo e, allo stesso tempo, preservare la qualità di vita dei pazienti durante il loro percorso terapeutico».
Un dato significativo è costituito dal fatto che la ricerca è stata condotta prima dell’impiego diffuso delle moderne tecniche diagnostiche e senza l’associazione con la terapia ormonale, oggi spesso inclusa nei percorsi terapeutici. Ciò rafforza ulteriormente il ruolo della radioterapia come trattamento di base per i pazienti con recidiva dopo intervento di prostatectomia. (riproduzione riservata)