La situazione di Volkswagen è «più che critica» con «costi di gran lunga superiori rispetto a quelli dei concorrenti» e per recuperare competitività il gruppo tedesco dovrà ridurre la propria forza lavoro globale. Torna a lanciare un nuovo forte allarme l’amministratore delegato Oliver Blume, che in un’intervista pubblicata sull’intranet aziendale e visionata da Reuters ha tracciato un quadro, se possibile ancor più duro, delle condizioni del primo costruttore europeo.
Il problema principale sono i costi. Secondo Blume, quelli di struttura di Volkswagen sono ancora superiori di oltre il 30% rispetto alla concorrenza, un divario che il gruppo deve necessariamente colmare mentre aumenta la pressione dei produttori cinesi e servono miliardi per finanziare elettrificazione, software e nuovi modelli. Le nuove parole del ceo arrivano alla vigilia del nuovo round di incontri e confronti in programma con i sindacati tedeschi a partire da martedì 25 agosto.
«Siamo sovradimensionati, troppo lenti e troppo complessi», ha affermato Blume. La redditività del gruppo, attualmente pari al 3,8%, viene considerata dal manager un risultato solido nell’attuale contesto di mercato, ma comunque insufficiente per generare nel lungo periodo le risorse necessarie a finanziare le nuove tecnologie e rinnovare la gamma.
Da qui la necessità di accelerare la ristrutturazione. «Stiamo attuando il programma per il futuro più ambizioso nella storia della nostra azienda», ha spiegato il ceo, sottolineando la necessità di avere dal consiglio di sorveglianza un mandato chiaro che garantisca al management «fiducia, responsabilità e piena capacità di agire».
La pressione è aumentata anche dall’interno dell’azionariato. Le famiglie Porsche e Piëch, che attraverso la holding Porsche Se controllano Volkswagen, nelle scorse settimane hanno chiesto un’accelerazione delle misure per ridurre i costi e rendere più efficiente il gruppo.
In questo scenario torna soprattutto il tema dell’occupazione. Blume ha precisato che la cifra, circolata nelle ultime settimane, di circa 50 mila posti di lavoro da eliminare nel mondo, oltre ai 50 mila già decisi per un totale di 100 mila, non rappresenta un target prestabilito. «Il numero spesso citato di circa 50 mila posti a livello globale non è un obiettivo fisso», ha spiegato. La cifra deriva invece dal confronto tra la struttura dei costi di Volkswagen e quella dei concorrenti e serve a indicare «la portata delle misure necessarie».
Il messaggio resta però pesante: se il gruppo non riuscirà a recuperare efficienza attraverso altre leve, il ridimensionamento dell’organico potrebbe assumere dimensioni molto rilevanti. Blume ha presentato le decisioni più difficili sul lavoro come necessarie per garantire la competitività e il futuro dell’azienda.
Il problema riguarda direttamente anche la rete industriale tedesca. Secondo Blume, quattro stabilimenti Volkswagen in Germania - Emden, Hannover, Zwickau e Neckarsulm - rischiano di non raggiungere livelli competitivi di utilizzo della capacità produttiva nel prossimo decennio. Il ceo ha precisato che al momento non sono state prese decisioni sulla possibile chiusura di singoli impianti. Alcune fabbriche hanno già compiuto progressi sul fronte dell’efficienza, ma questi miglioramenti non sarebbero ancora sufficienti. E il confronto potrebbe diventare ancora più difficile con l'arrivo in Europa di nuovi stabilimenti dei concorrenti cinesi.
L’obiettivo, ha concluso Blume, è costruire «un gruppo Volkswagen di successo in tutto il mondo, capace di definire gli standard tecnologici e allo stesso tempo saldamente radicato in Germania». Per riuscirci, però, Wolfsburg dovrà prima ridurre drasticamente una struttura di costi che il suo stesso amministratore delegato considera ormai incompatibile con la nuova competizione globale. (riproduzione riservata)