Una sola seduta di radioterapia può trattare efficacemente i pazienti che soffrono di aritmie maligne, in modo non invasivo e senza significativi effetti collaterali. La conferma proviene dai risultati di STRA-MI-VT, uno fra i primi studi clinici al mondo e il primo in Italia, sull’utilizzo della radioterapia stereotassica per il trattamento delle tachicardie ventricolari, condotto dal Centro cardiologico Monzino insieme all’Istituto europeo di oncologia. I dati conclusivi su 20 pazienti che non rispondevano alle terapie standard mostrano, a un anno dal trattamento, la regressione del quadro aritmico in oltre l’80% dei pazienti, un esito più favorevole rispetto alle tecniche tradizionali.
«Tutte le evidenze acquisite dall’avvio dello STRA-MI-VT, dal 2019 a oggi, confermano che si sta aprendo un mondo nuovo, con orizzonti clinici e di ricerca inediti, sulle possibilità di trattare con radioterapia le forme più maligne e aggressive di aritmia cardiaca», afferma Corrado Carbucicchio, direttore Unità operativa per il trattamento delle aritmie ventricolari, ideatore e principal investigator dello studio STRA-MI-VT. «Abbiamo finalmente per queste malattie cardiache gravissime, e spesso letali, una nuova strategia di cura, nata dall’esperienza di circa 300 pazienti a oggi trattati nel mondo, seppur solo in una minoranza in studi controllati, e dall’impegno collettivo di aritmologi, radio-oncologi, esperti di imaging e fisici sanitari».
Una metodica che offre una risposta ai bisogni dei pazienti in condizione di severa cardiopatia, per esempio dopo un infarto o per una malattia primitiva del muscolo cardiaco, che causa episodi ripetuti di gravi aritmie ventricolari. Si tratta di una situazione minacciosa sia per la sofferenza procurata al paziente sia per il rischio che l’aritmia provochi morte improvvisa, anche se il paziente è portatore di un defibrillatore impiantabile. L’intervento standard per questi pazienti è l’ablazione transcatetere, che dà ottimi risultati ma che è inapplicabile ai casi più gravi, fino a ieri orfani di cura.
«Il successo del nostro studio si è basato sull’expertise sviluppata al Monzino con tecniche di mappaggio e ablazione altamente innovative, unita all’eccellenza della radioterapia IEO», aggiunge Carbucicchio. «La collaborazione con i nostri esperti di imaging cardiaco ha consentito poi di comprendere meglio le caratteristiche del tessuto miocardico responsabile delle aritmie e di localizzarne con grande precisione la sede. Dalla corrispondenza tra immagini radiologiche, elaborate oggi con algoritmi dedicati, e le mappe elettroanatomiche ottenute durante le procedure di ablazione, è derivata la possibilità di identificare il tessuto ove origina l’aritmia sulle immagini radioTAC, migliorando la precisione del trattamento radioterapico così da garantire massima efficacia e sicurezza per il paziente». Lo studio apre inoltre la strada a una nuova strategia di cura, in quanto è ragionevole pensare che anche soggetti con aritmie meno gravi possano a breve beneficiare di questa opzione terapeutica. (riproduzione riservata)