«Fare la corte a regimi autoritari come quello cinese e, con nessuna noncuranza, ingannare l’opinione pubblica»: era questo il lavoro di Sarah Wynn-Williams, whistleblower di Facebook, ora in libreria con Careless people – Gente che se ne frega, edito in Italia dalla Silvio Berlusconi Editore.
La ex responsabile delle politiche pubbliche globali dell’azienda di Mark Zuckerberg non agiva da sola. Il suo ingresso nell’attuale Meta è partito al contrario da una visione, cioè dall’idea che Facebook avesse bisogno di un «diplomatico» per rapportarsi coi governi nazionali e scrivere le regole globali su dati e contenuti.
In realtà, il lavoro di Wynn consisteva nel gestire un susseguirsi di crisi e questioni controverse. Sono state diverse le occasioni in cui la manager ha segnalato ai suoi superiori, tra cui l’ex direttrice operativa Sheryl Sandberg, l’iniquità di alcune proposte avanzate dai vertici aziendali.
Tra queste, l’iniziativa del 2012 che prevedeva di spingere gli utenti a «registrarsi» come donatori di organi presso gli enti locali e a indicarlo nella sezione «Avvenimento importante» della piattaforma. La proposta, che sollevava problemi legati alla raccolta dei dati, fu inizialmente avallata da Sandberg, ma alla fine respinta dagli altri dirigenti.
«Facebook avrebbe raccolto una quantità di informazioni senza precedenti. Dati su tutto. Dati che prima erano assolutamente privati. Dati sui cittadini di ogni paese. Una quantità di dati storica e incredibilmente preziosa. L’informazione è potere», scrive Wynn-Williams, che riconosce tra le righe di essere stata vittima di una sorta di sindrome di Stoccolma che l’ha portata a eseguire ordini molto rischiosi. Come nell’occasione di un viaggio previsto per il 2014 in Corea del Sud, a cui ha accettato di partecipare in qualità di «corpo da far arrestare» al posto di Zuckerberg, sul quale in quel momento pendeva un mandato d’arresto. A dissuaderla è stato il marito.
Dalla storia emerge l’immagine di un team tutto americano che ha faticato a rapportarsi coi governi esteri, a disagio di fronte a usi e costumi diversi, e che ha ignorato la natura autoritaria di certe amministrazioni. Il «menefreghismo letale» dei dirigenti di Facebook li ha portati a ignorare o incoraggiare costantemente pericoli etici e globali (come il genocidio in Myanmar o la manipolazione elettorale), privilegiando crescita e potere a tutti i costi, con una «profonda indifferenza» per le conseguenze umane delle loro azioni.
La Cina in primis era considerata una massima priorità per Facebook e, nonostante il blocco della piattaforma, rappresentava il secondo mercato più importante per l'azienda. Zuckerberg era determinato a entrarvi, arrivando a fare tre visite annuali. Wynn-Williams ha dovuto gestire il dossier Cina come ritorsione del consigliere capo di Mark Zuckerberg Joel Kaplan, da cui Wynn aveva subito molestie.
Nel 2014, Facebook ha proposto di aiutare il Partito Comunista Cinese (Pcc) a mantenere un «ambiente online civile», sviluppando nuovi strumenti di censura (denominati «Progetto Aldrin») che avrebbero permesso di passare in rassegna messaggi e post degli utenti. Tali strumenti includevano il riconoscimento facciale e un «pulsante di emergenza» per bloccare contenuti virali durante «periodi a rischio di disordini».
I documenti hanno rivelato che a partire dal luglio dello stesso anno, Facebook ha offerto al Partito Comunista Cinese dettagli tecnici sensibili in cambio dell’accesso al mercato. Operazione attenzionata dal Congresso americano, che ha messo sotto indagine l’azienda. Scrive Wynn: «Mark si prepara per una serie di finte udienze, o sessioni con gli avvocati del diavolo, con varie domande a cui è probabile che debba rispondere (davanti al Congresso americano, ndr.). Le domande sono toste e il gruppo lo allena a dribblarle quasi tutte».
«Dribblare», perché negare sarebbe stato impossibile. (riproduzione riservata)