Nonostante il regime alimentare ipocalorico il peso non scende? Un ruolo potrebbe essere giocato dalla scarsa presenza di un microrganismo del microbiota intestinale chiamato Blastocystis. A individuare questo eucariote e le sue funzioni nel regolare il rapporto fra dieta e salute è un recente studio condotto da un gruppo di ricerca dell’Istituto europeo di oncologia e dell’Università di Trento in collaborazione con altre équipe italiane e straniere. A coordinare l’indagine sono stati il professor Nicola Segata del Dipartimento di biologia cellulare, computazionale e integrata Cibio, dell’Università di Trento e principal investigator presso il laboratorio di metagenomica computazionale di Ieo e il dottor Francesco Asnicar, ricercatore presso il Dipartimento di biologia cellulare, computazionale e integrata Cibio, dell’Università di Trento.
Nel corso della ricerca sono stati analizzati 56.989 campioni di microbiota intestinale di persone provenienti da 32 nazioni per studiare le conseguenze della presenza di Blastocystis. In un precedente lavoro il gruppo di Segata aveva notato, su circa mille soggetti, che individui con Blastocystis mostravano risposte glicemiche più favorevoli, ovvero un minor rialzo dell’indice glicemico a fronte di assunzione di zuccheri. L’attuale studio ha aggiunto un nuovo tassello, rivelando che la prevalenza di Blastocystis è legata alla geografia, allo stile di vita e alle abitudini alimentari, e che la sua presenza corrisponde a un minore indice di massa corporea e a una minore probabilità di malattie cardiometaboliche.
«Abbiamo mostrato che Blastocystis è prevalente e più abbondante in persone normopeso rispetto a persone obese, in soggetti sani rispetto a soggetti con malattie intestinali o sistemiche, in chi consuma più frequentemente cibi ricchi di fibre e poco processati, e in soggetti con parametri del sangue indicativi di salute cardiometabolica rispetto a valori associati a stati di infiammazione, alta colesterolemia e glicemia, o ipertensione», afferma Elisa Piperni, dottoranda della Scuola europea di medicina molecolare, ricercatrice presso il gruppo di Segata in Ieo e prima firma del lavoro.
Questi esiti, ottenuti anche grazie all’utilizzo di strumenti di metagenomica e di metodi di intelligenza artificiale, avviano quindi un promettente filone di ricerca sugli eucarioti presenti nel microbiota umano. «Ora saranno necessari esperimenti specifici in vitro per capire come Blastocystis agisce sul nostro corpo», spiegano Nicola Segata e Francesco Asnicar. «L’indicazione importante che emerge è che se vogliamo davvero attingere all’enorme tesoro di informazioni del microbiota e soprattutto capirne l’impatto sulla nostra salute, le analisi future dovranno concentrarsi non solo sui batteri, ma anche su eucarioti, funghi, e virus. Una maggior comprensione di tutti i componenti del microbiota ci permetterà di sfruttarli per sviluppare terapie di medicina e nutrizione di precisione». (riproduzione riservata)