Non solo cure palliative. Un componente non psico-attivo della Cannabis si è dimostrato in grado di contrastare il carcinoma della prostata diventato refrattario alla terapia ormonale. A rivelarlo è lo studio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto di chimica biomolecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Icb) pubblicato sulla rivista Pharmacological research. La ricerca, coordinata da Alessia Ligresti, prima ricercatrice del Cnr-Icb di Pozzuoli, in collaborazione con Roberto Ronca, docente dell’Università di Brescia, ha messo in luce la capacità di un fitocannabinoide di colpire la plasticità metabolica del carcinoma, regolando la bioenergetica dei mitocondri, che sono la centrale elettrica delle cellule. I cannabinoidi di origine vegetale sono stati usati per decenni come palliativi per i malati di cancro, ma negli ultimi anni hanno suscitato l’interesse degli scienziati per la loro potenziale attività antitumorale.
«Il nostro studio dimostra come, in modelli preclinici, il Cbd (approvato dalla Fda e già prescritto per trattare le convulsioni associate a diverse forme di epilessia infantile), quando opportunamente combinato con altri fitocannabinoidi non psicoattivi, sia particolarmente efficace nel ridurre la crescita del cancro alla prostata refrattario agli ormoni, prendendo di mira i mitocondri», spiega Alessia Ligresti. «Una delle proteine chiave che regolano la funzione mitocondriale è Vdac1. Legandosi a Vdac1, il Cbd determina un’accelerazione del metabolismo della cellula tumorale, innescando meccanismi di compensazione che attivano la cosiddetta morte programmata o apoptosi». La speranza è che futuri studi clinici possano confermare l’efficacia dell’uso di cannabinoidi non psicotropi come coadiuvanti nel trattamento del cancro alla prostata.
Per combattere questo tumore, che colpisce in Italia più di 564mila uomini, un ruolo è giocato anche dall’alimentazione. Uno studio statunitense, svolto su più di 2mila persone presentato nei giorni scorsi al congresso dell’American Society of Clinical Oncology Genitourinary Cancers, ha rivelato come un paziente che segue una dieta ricca di vegetali presenta un rischio inferiore del 52% di progressione del cancro e inferiore del 53% di recidiva della neoplasia. «Lo studio apre nuove possibili prospettive sulle raccomandazioni dietetiche aimalati», afferma Sergio Bracarda, presidente della Società italiana di Uro-oncologia. «Servono però indagini per verificare in modo più approfondito quale sia la dieta migliore che deve contemplare un equilibrio tra i vari macronutrienti. Per esempio, chi sta affrontando una terapia ormonale rischia di andare incontro a una forte perdita della massa muscolare. Ha quindi bisogno di un’alimentazione proteica e non solo ricca di vegetali. Più in generale gli stili di vita alimentari sono fondamentali sia prima sia dopo una diagnosi di neoplasia genito-urinaria. Diversi studi hanno già evidenziato il ruolo, nell’insorgenza del tumore prostatico, di una dieta particolarmente ricca di grassi saturi e di un eccessivo consumo di carne rossa e latticini». (riproduzione riservata)