
Si accende una nuova speranza per una cura efficace della malattia di Alzheimer. Al centro del dibattito è oggi lecanemab, un anticorpo monoclonale anti amiloide (la proteina che si accumula in modo anomalo nel cervello dei pazienti e che è probabilmente l’innesco del processo patologico) che in un recente studio di fase III, pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha dimostrato di ridurre del 27% la progressione del declino cognitivo e funzionale rispetto a placebo dopo 18 mesi di trattamento. L’indagine sulla molecola, prodotta dalle case farmaceutiche Eisai e Biogen, ha coinvolto 1.795 pazienti in una fase precoce dell’Alzheimer o con deterioramento cognitivo lieve dovuto ad Alzheimer.
«Si tratta di un risultato importante perché per la prima volta in questi studi sugli anticorpi diretti a contrastare la betamiloide è stata dimostrata un’efficacia clinica verso di essa», spiega il professor Camillo Marra, presidente SINDem, Associazione autonoma aderente alla SIN (Società italiana di neurologia) per le demenze. «Lecanemab, infatti, non solo ripulisce il cervello dell’accumulo di betamiloide come già verificato con altri anticorpi monoclonali, ma i pazienti trattati mostrano un peggioramento significativamente minore della malattia rispetto ai soggetti che hanno ricevuto placebo. Bisogna però riconoscere che si tratta di una riduzione del peggioramento e che l’efficacia riguarda una limitata categoria di pazienti, ovvero coloro che sono in una fase molto iniziale dell’Alzheimer oppure in un momento prodromico della demenza, in cui sussistono già i markers biologici dei danni amiloidei con minimi disturbi cognitivi. Il fatto, tuttavia, che esista già un risultato positivo a 18 mesi di trattamento è promettente, perché di solito i benefici di un farmaco che agisce su un meccanismo patogenetico della malattia si evidenziano in modo più marcato in un arco di tempo maggiore, anche di 36-48 mesi».
È probabile che grazie alle evidenze sperimentali ottenute lecanemab ottenga l’approvazione accelerata da parte della Food and Drug Administration così come accaduto in precedenza per aducanumab, un anticorpo con il medesimo meccanismo d’azione che invece non è ancora stato approvato dall’Ema.
Il recente studio di fase III ha registrato anche l’esistenza di effetti collaterali, con circa il 20% dei pazienti che ha sviluppato anomalie cerebrali quali edema e microsanguinamenti nella sede dove l’amiloide era stata eliminata, sintomatici solo nel 3% dei casi. «Il rapporto rischio-beneficio dovrà comunque essere valutato in modo più ampio, ma se i vantaggi finora emersi verranno confermati essi risulteranno superiori ai rischi», aggiunge Marra. «La sfida è ora quella di selezionare accuratamente i pazienti più adatti alla terapia con lecanemab, predisposti a ottenere i maggiori benefici e identificare invece quelli non candidabili perché più a rischio”. (riproduzione riservata)