L’Ue si prepara al fallimento dei negoziati con gli Usa. La Commissione ha stilato una seconda lista di contro-dazi in risposta a quelli reciproci e sulle auto. Il pacchetto mette nel mirino importazioni americane per 95 miliardi di euro e segue un «approccio proporzionato, non dollaro su dollaro».
Bruxelles non cerca l’escalation, anzi considera la lista un segnale opposto perché il valore dei beni colpiti è ben inferiore alle tariffe Usa. L’obiettivo è riequilibrare gli scambi commerciali e farsi trovare preparati al peggio.
L’Europa è già sotto dazi. Da quelli del 25% su acciaio, alluminio, automobili e componenti, a quelli reciproci, in vigore nella misura ridotta del 10% fino a inizio luglio.
«Oggi il 70% delle nostre esportazioni verso gli Stati Uniti, per un valore di 379 miliardi, è colpito da dazi aggiuntivi», sottolinea un funzionario. «Gli Usa mantengono le tariffe, mentre l’Ue le ha sospese. Ed è a tale asimmetria che ci stiamo preparando a rispondere, soprattutto se i dazi resteranno in vigore dopo lo stop di 90 giorni per negoziare».
L’elenco preparato da Bruxelles serve proprio a questo. Ancora non è definitivo e contiene prodotti simbolo dell’export americano, come le carni bovine e suine, il merluzzo dell’Alaska, i suv, i pick-up e gli aeromobili di Boeing. Nella lista compare anche il bourbon, eliminato su pressione italiana dai contro-dazi (sospesi per 90 giorni) contro acciaio e alluminio, per paura di una ritorsione sul vino.
Per adesso l’Italia attende perché si tratta di una semplice proposta, che diventerà definitiva solo dopo il 10 giugno, quando finirà la consultazione pubblica. Poi l’ultima parola spetterà agli Stati membri e nel caso il governo potrebbe chiedere di escludere di nuovo il bourbon.
Anche Bruxelles non ha fretta, come dimostra il mese concesso agli interessati per farsi sentire. Le preoccupazioni sono due, «non rimpicciolire troppo la lista e dare ai dazi un assetto credibile per non trasformarli in una puntura di spillo», spiega un funzionario.
Tempi così dilatati sono dovuti anche allo scenario americano, sempre più volatile con annunci a raffica. La Commissione è serena perché crede che gli Usa si faranno male da soli con l’inflazione. Al resto ci penseranno le forze del mercato, soprattutto i poteri finanziari colpiti dai dazi.
I negoziati restano la via maestra e il sogno è sempre quello di azzerare le tariffe almeno sui beni industriali. «L’Ue rimane pienamente impegnata verso una soluzione», dichiara la presidente Ursula von der Leyen. «Riteniamo che si possano concludere buoni accordi a vantaggio dei consumatori e delle imprese su entrambe le sponde dell’Atlantico. Allo stesso tempo, continuiamo a prepararci a tutte le possibilità».
Il problema è che le trattative non decollano. Il prossimo passo dovrebbe essere la consegna agli Usa di un non paper con le piste da approfondire per un accordo. Vuol dire però che i contatti sono ancora fermi al livello tecnico, sotto quello politico. Poi c’è il problema degli interlocutori: i funzionari europei si confrontano con il segretario al Commercio, Howard Lutnick, mentre è quello al Tesoro, Scott Bessent, che porta avanti i negoziati più vicini alla conclusione.
Allora a Bruxelles tutte le porte restano aperte. A partire dalle ritorsioni sui servizi offerti dalle big tech, settore in cui gli Usa sono in surplus commerciale con l’Europa, anche se alcuni Stati membri restano freddi sull’ipotesi. I giganti americani in realtà potrebbero essere colpiti già dai nuovi contro-dazi perché nella lista ci sono gli smartphone, come l’iPhone. In ballo c’è poi lo strumento anti-coercizione, che permette di escludere le aziende straniere dal mercato Ue.
La Commissione, inoltre, continua a portare avanti la via della diversificazione commerciale: l’ultimo accordo è quello sul digitale con Singapore. L’attenzione resta alta anche sui beni, soprattutto quelli cinesi, che potrebbero essere dirottati in massa sul mercato europeo per colpa dei dazi di Trump.
L’8 maggio 2025 il presidente americano ha annunciato un accordo con il Regno Unito ed è convinto di trovarne uno con gli europei. Ma l’Ue non si fida di nuovo e farà ricorso all’Organizzazione Mondiale del Commercio. «Le tariffe sono una violazione palese delle regole dell’Omc», si legge in una nota. «Le norme concordate a livello internazionale sono importanti e non possono essere ignorate da nessun membro, compresi gli Stati Uniti» (riproduzione riservata)