I mercati credono alla pace tra Russia e Ucraina? A giudicare dallo scivolone dei prezzi del petrolio, del gas e dei titoli della difesa, si direbbe di sì. Dopo i colloqui che si sono svolti a Berlino, il 14 e il 15 dicembre, tra il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, gli emissari degli Stati Uniti e i leader dell’Unione Europea, l’accordo sembra più vicino.
Zelensky ha accettato di rinunciare all’ingresso dell’Ucraina nella Nato in cambio di altre garanzie di sicurezza e la risoluzione del conflitto sembra possibile.
All’indomani dei colloqui di Berlino le quotazioni del petrolio perdono terreno. Il Wti è calato a 55 dollari al barile, un livello che non si vedeva dal febbraio 2021, mentre il Brent è sceso sotto i 60 dollari per la prima volta da maggio. «Il mercato valuta un potenziale accordo di pace che renderebbe disponibili ulteriori volumi russi, aumentando ulteriormente l’offerta», conferma Janiv Shah, analista di Rystad. Un eventuale accordo di pace, sottolineano anche gli economisti di Anz, potrebbe infatti portare alla revoca delle sanzioni statunitensi nei confronti delle compagnie petrolifere russe, aumentando la quantità di greggio disponibile sul mercato.
Sui prezzi del petrolio influiscono anche alcuni dati macroeconomici, soprattutto quelli arrivati dalla Cina. Pechino ha registrato una crescita meno solida del previsto della produzione industriale (+4,8% annuo a novembre) e delle vendite al dettaglio (+1,3%, il dato più debole mai registrato ad eccezione solo della pandemia).
Questi numeri, osserva Tony Sycamore, analista di Ig, sollevano preoccupazioni sulla possibilità che la domanda globale di petrolio –tipicamente legata alla crescita economica – non sia sufficientemente forte da assorbire la crescita dell’offerta.
Anche le quotazioni del gas perdono terreno. Nel dettaglio, al Ttf di Amsterdam, l’hub di riferimento per il gas in Europa, il future in scadenza a gennaio 2026 viaggia sui i 27 euro al megawattora, perdendo oltre l’1%.
Infine, la prospettiva della fine della guerra in Ucraina penalizza anche i titoli della difesa, che negli ultimi anni hanno visto le loro valutazioni esplodere con l’aumentare di conflitti e tensioni. In Italia i due campioni del settore, Leonardo e Fincantieri, cedono rispettivamente il 4% e l’8,7% in borsa. Ma rispetto a un anno fa la prima ha guadagnato l’80% e la seconda quasi il 150%.
In Europa cade il colosso tedesco Rheinmetall, in rosso del 4,8%, mentre l’inglese Bae Systems contiene le perdite all’1,9%. (riproduzione riservata)