Il 2025 dell’obbligazionario italiano si è aperto all’insegna delle buone notizie. La settimana appena conclusa ha già regalato il primo record dell’anno: in occasione della doppia emissione del Btp a 10 anni e del Btp Green a 20 anni effettuata mercoledì 8 gennaio, gli ordini hanno superato i 270 miliardi, cifra mai raggiunta da un’emissione dual italiana: 140 miliardi di domanda per il primo (rispetto a un importo di 13 miliardi) e 130 miliardi per il secondo contro i 5 offerti. A queste cifre vanno poi aggiunti gli 8 miliardi del Bot annuale collocati venerdì 10 per una domanda di quasi 12 miliardi.
Il piazzamento dei nuovi Btp da parte del Tesoro è stato decisamente più che un buon viatico per le emissioni di titoli di Stato che attendono l’Italia lungo l’intero 2025. La domanda record per quasi 15 volte l’ammontare dell’offerta testimonia della fame da parte degli investitori del debito italiano. Tra l’altro con i tassi in calo, le future emissioni costeranno meno alle casse del governo nel corso dell’anno.
Lo scorso 20 dicembre il Dipartimento del Tesoro ha pubblicato il calendario delle emissioni 2025: il totale delle esigenze è fissato tra i 330 e i 350 miliardi, in calo rispetto ai 377 miliardi del 2024. Comprese le tre già alle spalle, le emissioni saranno 71 con un ritmo di sei al mese: due Bot da 6 e 12 mesi, due Btp medio-lungo termine (dai 5 ai 50 anni), uno short-term (fino a 3 anni) e uno indicizzato all’inflazione Ue.
Sui Bot il Mef specifica che le emissioni saranno in linea con i rimborsi in scadenza, pari a 130,5 miliardi, cui vanno aggiunti eventuali rinnovi dei semestrali da emettere nei prossimi mesi.
Sul fronte Btp short-term, invece, gli importi collocati «potranno essere inferiori rispetto a quelli dell’anno appena trascorso e le emissioni nette potranno risultare marginalmente negative». Stesso discorso per i Btp a 15 anni, con un’unica scadenza nel 2025 da 23,4 miliardi. Positive invece, rispetto al ‘24, le emissioni nette per tutti gli altri Btp: 3 anni (13,4 miliardi), 5 anni (33,2 miliardi), 7 anni (33,7 miliardi), 10 anni (38,3 miliardi), 20, 30, 50 anni e indicizzati (da 5 a 30 anni).
Se, poi, per il retail è già certa almeno una emissione di Btp Italia (l’ultimo in circolazione, da 18,5 miliardi, scade quest’anno) e allo studio ce n’è una o più di Btp Valore con nuove caratteristiche, per gli istituzionali tornerà il Btp Green.
Ma non è solo l’Italia in prima linea nell’offerta di titoli. L’intera Europa vedrà nel corso del 2025 emissioni lorde per 1.281 miliardi, come documenta un recente report della banca d’affari svizzera Ubs. Gli analisti hanno esposto il fabbisogno di nuovi titoli per l’intera annata: tra le nazioni con l’offerta più elevata spicca insieme all’Italia la Francia.
Il nostro Paese dovrà rinnovare nel corso dell’anno debito per 340 miliardi, 21 miliardi in meno del 2024. Del totale lordo, 234 miliardi serviranno a rinnovare titoli in scadenza, mentre le emissioni nette si collocheranno a 106 miliardi secondo le stime di Ubs.
Subito dietro l’Italia, sarà la Francia il maggior offerente sul mercato con 330 miliardi di emissioni lorde, di cui 172 serviranno a rinnovare Oat in scadenza, mentre per il fabbisogno netto serviranno 157 miliardi. A seguire la Germania con necessità di 267 miliardi e fanalino di coda tra i quattro grandi d’Europa, la Spagna con 160 miliardi di controvalore. Per gli analisti sarà, quindi, la Francia ad avere le maggiori difficoltà quest’anno, in virtù del deficit che potrebbe superare la soglia del 5% che il governo ha previsto nei mesi scorsi. Un deficit in rialzo metterebbe lo Stato francese in difficoltà dovendo aumentare le emissioni.
Per l’Italia invece luce verde, al momento, grazie al deficit contenuto. Il successo della prima offerta dell’anno testimonia l’appetibilità del debito italiano. Un debito che, pur lanciato verso i 3 mila miliardi, registra segnali positivi su almeno tre fronti. In primis, la riduzione del costo medio di emissione (e conseguente riduzione degli oneri), sceso nel ‘24 al 3,4% dopo l’impennata dallo 0,1% al 3,76% registrata nel 2020-23, complice la stretta Bce.
Poi gli effetti benefici del calo dello spread sulle spese per gli interessi legati al debito illustrati dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio. La discesa di 35 punti (ai minimi degli ultimi tre anni) del differenziale Btp-Bund da agosto a metà dicembre ‘24, spiegava l’Upb, ha portato le curve dei rendimenti italiani a un livello più basso di circa 30 punti l’anno rispetto alle stime previste dal Piano Strutturale di Bilancio per il 2025-29.
Nello stesso periodo, complice il taglio dei tassi Bce, i rendimenti dei titoli italiani hanno registrato una riduzione sia sulle scadenze a breve (-60 pb) sia su quelle a lungo termine (-45 pb). Dinamica, questa, che determinerebbe un alleggerimento della spesa per interessi (attesa nel 2025 a 112 miliardi) per un totale di 17,1 miliardi al 2029.
Infine, il «miglior clima di fiducia» generato dall’ultima manovra e certificato dal primo bollettino Bce del ‘25: la gestione dei conti pubblici da parte del governo Meloni, ha spiegato Francoforte, ha portato a un calo di nove punti nel differenziale tra i titoli di Stato italiani e il tasso privo di rischio Ois, determinando costi di finanziamento più contenuti e un debito più sostenibile.
A complicare il quadro generale in Europa, il venir meno dei programmi di Pepp e App della Bce che non reinvestirà quest’anno nel rinnovo degli acquisti facendo venir meno 407 miliardi complessivi che porterà ad alzarsi il fabbisogno netto degli Stati.
Mancando un compratore come la Bce, ecco che il carico si riversa sugli Stati per un valore complessivo stimato da Ubs per 872 miliardi in tutta Europa. Comprendendo i minori acquisti della banca centrale ecco che il fabbisogno netto per l’Italia sale a 182 miliardi, mentre schizzerà a 245 miliardi quello della Francia. Che di fatto è il Paese oggi più assetato di nuovo debito con il rischio che il mercato faccia pagare alla nazione transalpina un costo elevato. (riproduzione riservata)